In evidenza 30 Apr 17.58
Premessa
- Le aree e gli orientamenti programmatici sono proposti a partire dal nostro Congresso (relazioni, dibattito e mozione finale)
- La programmazione più precisa da sviluppare in Presidenza Regionale e dal confronto con le Presidenze Provinciali
Le aree e gli orientamenti programmatici per i prossimi 4 anni
- LAVORO
Incontri formativi specifici (la Riforma del Mercato del Lavoro, tipologie aziendali e modalità contrattuali...)
Azione politica Regionale, confronto e sinergia con altri interlocutori sociali (Sindacati, Forum Terzo Settore, Associazioni laicali, Rappresentanze datoriali...)
- WELFARE
Assistenza e sanità (analisi ed effetti del Piano Socio-sanitario Regionale...in generale e per le nostre esperienze associative e cooperative)
Immigrazione (nostro ruolo politico e associativo...in generale e per le esperienze nel nostro Sistema...ACLI Colf, Patronato, EnAIP...)

- FORMAZIONE
In generale
Incontri socio-politici tematici
Incontri Vita cristiana
...avendo come filo rosso che lega le esperienze formative il tema della fraternità...
Alcune specificità
Servizio Civile Volontario Promotori Sociali
- SVILUPPO ASSOCIATIVO SISTEMA ACLI
Assistenza alle strutture di base ACLI (adempimenti normativi, legislativi, fiscali...)
Modalità aggregative sul territorio (Circoli storici e nuove associazioni affiliate, nuove modalità aggregative giovanili, proposta associativa a partire dai Servizi e dalle Imprese del nostro Sistema)
Integrazione associativa con le associazioni specifiche e professionali (confronto, sostegno, iniziative comuni...politiche integrate di sviluppo associativo)---ACLI-Colf, CTA, FAP ACLI e US ACLI
Albo Promotori Sociali (coordinamento, sostegno e sviluppo della nostra azione volontaria)
- GIOVANI E GIOVANI-ADULTI
Ricerca Regionale “Da Consumatori a consumati”
Nuove modalità aggregative giovanili (es. GAS, gruppi tematici...)
- IMPRESE E SERVIZI
Funzionamento organi: Patronato (Comitato Direttivo Regionale e Presidenza Regionale) e EnAIP (Assemblea soci e CdA)
Maggior Coordinamento Regionale delle nostre Imprese e Servizi (comprese le nostre Acli Service)
- AMMINISTRAZIONE
Monitoraggio costante amministrativo (sostenibilità economica e proposta associativa)
Ricerca costante di nuove attività nel nostro Sistema per nuove entrate economiche (nuovi settori, Progetti...), in sinergia con le competenze presenti nelle Province
- POLITICA
Presenza politica nei Tavoli Regionali, a partire dal nostro specifico (lavoro, welfare, sport, turismo...)
Sostegno e coinvolgimento alle campagne sulle tematiche sociali (es. Taglia le ali alle armi; tematiche ambientali...)
Confronto interno seminariale sulla situazione politica odierna e sui possibili scenari futuri nel nostro Paese

Le modalità organizzative
- Centralità del territorio (lavoro nelle Province)
Sostegno e supporto regionale alle Province nella progettualità e operatività (nei diversi ambiti del nostro Sistema)
Coordinamenti e gruppi di lavoro regionali itineranti (es. Sviluppo Associativo Sistema ACLI...)
Incontri di formazione regionali itineranti
- Ruolo degli organi regionali del nostro Sistema (Consiglio regionale e componenti di Presidenza ACLI, CdA e Assemblea soci EnAIP, Comitato e Presidenza Regionale Patronato...)
Deleghe politiche e corresponsabilità (a partire dalle proprie competenze e sensibilità)
Lavoro integrato fra le diverse responsabilità politiche (es. Formazione e Sviluppo Associativo)
Lavoro integrato fra Responsabilità politiche e tecniche (chiarezza dei ruoli) Costituzione delle ACLI Colf e della FAP ACLI a livello regionale
- Incontri Interregionali di confronto e progettazione comune (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta)...es. ACLI contro la crisi
- Rapporti esterni al nostro Sistema Istituzionali a livello regionale Forum Terzo Settore Piemontese Sindacati Regionali
Ecclesiali (UPSL, Consulta delle associazioni laicali...)
Ricerca di confronto e iniziative comuni con altre associazioni laicali presenti nella nostra Regione
(es Corsi estivi Interassociativi di Torino)
- Maggior coordinamento sugli strumenti di comunicazione interna al nostro Sistema (es. Sito internet, Ufficio Stampa...)
Conclusioni
- - -
Investimento di risorse umane dalle Province...riconoscere un ruolo politico organizzativo al Regionale.
Giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento dei gruppi dirigenti e delle iniziative associative a livello regionale
Unità e coesione della nostra Regione (fra noi tutti e rispetto agli altri...a partire dal prossimo Congresso Nazionale)
- Le aree e gli orientamenti programmatici sono proposti a partire dal nostro Congresso (relazioni, dibattito e mozione finale)
- La programmazione più precisa da sviluppare in Presidenza Regionale e dal confronto con le Presidenze Provinciali
Le aree e gli orientamenti programmatici per i prossimi 4 anni
- LAVORO
Incontri formativi specifici (la Riforma del Mercato del Lavoro, tipologie aziendali e modalità contrattuali...)
Azione politica Regionale, confronto e sinergia con altri interlocutori sociali (Sindacati, Forum Terzo Settore, Associazioni laicali, Rappresentanze datoriali...)
- WELFARE
Assistenza e sanità (analisi ed effetti del Piano Socio-sanitario Regionale...in generale e per le nostre esperienze associative e cooperative)
Immigrazione (nostro ruolo politico e associativo...in generale e per le esperienze nel nostro Sistema...ACLI Colf, Patronato, EnAIP...)

- FORMAZIONE
In generale
Incontri socio-politici tematici
Incontri Vita cristiana
...avendo come filo rosso che lega le esperienze formative il tema della fraternità...
Alcune specificità
Servizio Civile Volontario Promotori Sociali
- SVILUPPO ASSOCIATIVO SISTEMA ACLI
Assistenza alle strutture di base ACLI (adempimenti normativi, legislativi, fiscali...)
Modalità aggregative sul territorio (Circoli storici e nuove associazioni affiliate, nuove modalità aggregative giovanili, proposta associativa a partire dai Servizi e dalle Imprese del nostro Sistema)
Integrazione associativa con le associazioni specifiche e professionali (confronto, sostegno, iniziative comuni...politiche integrate di sviluppo associativo)---ACLI-Colf, CTA, FAP ACLI e US ACLI
Albo Promotori Sociali (coordinamento, sostegno e sviluppo della nostra azione volontaria)
- GIOVANI E GIOVANI-ADULTI
Ricerca Regionale “Da Consumatori a consumati”
Nuove modalità aggregative giovanili (es. GAS, gruppi tematici...)
- IMPRESE E SERVIZI
Funzionamento organi: Patronato (Comitato Direttivo Regionale e Presidenza Regionale) e EnAIP (Assemblea soci e CdA)
Maggior Coordinamento Regionale delle nostre Imprese e Servizi (comprese le nostre Acli Service)
- AMMINISTRAZIONE
Monitoraggio costante amministrativo (sostenibilità economica e proposta associativa)
Ricerca costante di nuove attività nel nostro Sistema per nuove entrate economiche (nuovi settori, Progetti...), in sinergia con le competenze presenti nelle Province
- POLITICA
Presenza politica nei Tavoli Regionali, a partire dal nostro specifico (lavoro, welfare, sport, turismo...)
Sostegno e coinvolgimento alle campagne sulle tematiche sociali (es. Taglia le ali alle armi; tematiche ambientali...)
Confronto interno seminariale sulla situazione politica odierna e sui possibili scenari futuri nel nostro Paese

Le modalità organizzative
- Centralità del territorio (lavoro nelle Province)
Sostegno e supporto regionale alle Province nella progettualità e operatività (nei diversi ambiti del nostro Sistema)
Coordinamenti e gruppi di lavoro regionali itineranti (es. Sviluppo Associativo Sistema ACLI...)
Incontri di formazione regionali itineranti
- Ruolo degli organi regionali del nostro Sistema (Consiglio regionale e componenti di Presidenza ACLI, CdA e Assemblea soci EnAIP, Comitato e Presidenza Regionale Patronato...)
Deleghe politiche e corresponsabilità (a partire dalle proprie competenze e sensibilità)
Lavoro integrato fra le diverse responsabilità politiche (es. Formazione e Sviluppo Associativo)
Lavoro integrato fra Responsabilità politiche e tecniche (chiarezza dei ruoli) Costituzione delle ACLI Colf e della FAP ACLI a livello regionale
- Incontri Interregionali di confronto e progettazione comune (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta)...es. ACLI contro la crisi
- Rapporti esterni al nostro Sistema Istituzionali a livello regionale Forum Terzo Settore Piemontese Sindacati Regionali
Ecclesiali (UPSL, Consulta delle associazioni laicali...)
Ricerca di confronto e iniziative comuni con altre associazioni laicali presenti nella nostra Regione
(es Corsi estivi Interassociativi di Torino)
- Maggior coordinamento sugli strumenti di comunicazione interna al nostro Sistema (es. Sito internet, Ufficio Stampa...)
Conclusioni
- - -
Investimento di risorse umane dalle Province...riconoscere un ruolo politico organizzativo al Regionale.
Giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento dei gruppi dirigenti e delle iniziative associative a livello regionale
Unità e coesione della nostra Regione (fra noi tutti e rispetto agli altri...a partire dal prossimo Congresso Nazionale)
In evidenza 30 Apr 17.50
Il Consiglio regionale ha eletto, nella seduta di Giovedì 26 Aprile, MASSIMO TARASCO nuovo Presidente delle Acli Piemonte. 48 anni nato a Torino, coniugato con due figli Tarasco è stato dal 2003 componente della Presidenza Provinciale ACLI di Torino e Responsabile all’Organizzazione/Sviluppo Associativo. Dal 2008 è componente della Presidenza Regionale ACLI Piemonte e anche in questa veste ha svolto le funzioni di responsabile all’Organizzazione/Sviluppo Associativo. Nella riunione il neo Presidente ha illustrato le linee programmatiche, frutto del dibattitto congressuale, che guideranno l’azione dell’associazione nei prossimi quattro anni. Nella stessa runione è stata eletta anche la Presidenza regionale che è composta da TRETOLA Mario VicePresidente Regionale ACLI, ARDIZIO Mara, FERRATO Claudio, GRASSI Daniela, LINGUA Elio, MAGLIANO Liliana, MASSIGLIA Fabio, PRETTI Michele, SCALONE Luca.
In evidenza 18 Apr 10.43
Otto anni fa le Acli Piemontesi celebravano ad Oropa il loro X Congresso e a seguire il giorno 29 marzo il Consiglio regionale eletto proprio in quel Congresso, mi affidava il compito di guidare l’Associazione eleggendomi a Presidente per il primo dei miei due mandati.
Quel giorno mi sembrava di avere davanti a me un tempo sufficientemente lungo, per cercare di meritare la fiducia che mi era stata concessa, ma i giorni passano velocemente e con i giorni gli anni per cui, dopo il passaggio del XI congresso di Asti con il successivo rinnovo del mio mandato, il mio tempo finisce qui oggi con questo Congresso, che oltre ad essere il momento della verifica e del rilancio programmatico per le Acli Piemontesi, rappresenta per me il termine di un percorso, il luogo in cui si misura senza più appelli, quanto io abbia saputo meritare la fiducia che mi era stata accordata.
Dico questo perché le verifiche che questo congresso deve fare, su quanto sia stato fatto e su quello che ancora si deve fare, sul raggiungimento o meno degli obiettivi che ci eravamo dati nella Conferenza Programmatica di metà mandato, diventano per me una verifica personale, del mio operato come Presidente, di come abbia saputo interpretare il mandato ricevuto.
Ma ogni verifica deve avere punti certi di confronto e di valutazione e questa verifica che ci apprestiamo a fare, per analizzare se e quanto abbiamo saputo interpretare i bisogni delle persone, quanto siamo stati capaci di stare loro vicino condividendone i timori e le aspettative, se abbiamo saputo mettere in campo servizi efficienti, e infine quanto siamo stati fedeli alla nostra appartenenza alla Chiesa del Cristo risorto interpretandone concretamente il mandato apostolico, assume, senza ombra di dubbio, come parametri di riferimento quelli evocati nel titolo del nostro Congresso, il messaggio di impegno civile e sociale in esso contenuto.
Esso ci richiama infatti alle nostre fedeltà originali, alla nostra missione fondativa, direi al motivo stesso della nostra esistenza come Movimento.
Siamo chiamati ad analizzare e a capire quello che ci sta attorno, la società in cui operiamo, a cercare soluzioni nuove e possibili, a mettere in campo, attraverso le diverse articolazioni del nostro Sistema aclista, soluzioni e proposte credibili, e infine siamo chiamati ad ottimizzare le risorse del nostro stesso sistema in una visione di società più equa e giusta.
UN PAESE DA RICOSTRUIRE
Se allora con questo orizzonte volgiamo la sguardo attorno a noi, a quanto sta capitando nel nostro Paese, alla situazione sociale e al tenore di vita dei cittadini, non possiamo che affermare che non siamo messi bene, che l’Italia sta attraversando un momento molto difficile e assai pericoloso, per le ricadute economiche e sociali che ne possono derivare non solo per l’oggi ma per un lungo periodo: siamo davvero in crisi.
Una crisi che parte da lontano, che è prevalentementedi origine finanziaria, che arriva da oltre oceano e travolge in poco tempo i mercati di tutto il mondo, con il crollo delle borse e il fallimento di importanti banche di affari;una crisi che invade anche i Paesi europei con conseguenze a volte drammatiche per intere popolazioni ( vedi Grecia).
Da noi la crisi arriva, forse, con un percorso più lento rispetto ad altri Paesi, le nostre banche reggono abbastanza bene l’urto del crollo dei titoli spazzatura, la ricchezza privata e il risparmio individuale consentono, almeno in una prima fase, di rallentarne l’impatto sull’economia reale,proprio questa diversitàha consentito al Governo Berlusconi di impegnare larga parte del suo tempo a rasserenare le persone, a dire che da noi tutto andava bene, che la crisi non ci avrebbe certo coinvolto in modo grave, anziché cominciare a lavorare per mettere in campo quelle misure preventive, quelle modifiche strutturali, che forse avrebbero potuto evitare il precipitare della nostra situazione economica, perdendo tempo prezioso.
Al culmine di una personale esaltazione, il nostro Premier non solo ha più volte negato l’esistenza di una crisi in Italia, ma si è impegnato a fondo nel suggerire agli italianicomportamenticonsumisticianziché di attenzione, ha sostenere con forza che l’Italia non si stava avviando verso un periodo difficile di recessione e che la crisi era frutto d’invenzione della sinistra, di una sinistra che non avendo argomenti e capacità per una opposizione politica, utilizzava lo strumento crisi al solo scopo di denigrare l’operato del Governo; quale sciagura!
Mentre da noi molti sceglievano di seguire e far proprie le ragionisostenute dal Governo Berlusconi, in altri Paesi si stavano già attuando misure utili ad attenuare l’impatto sull’economia, di quella crisi che avendo origini finanziarie, avrebbe finito per coinvolgere tutti gli Stati, compresi quelli europei.
Così è avvenuto e noi siamo stati colti completamente di impreparati, con un Governo che non potendo più negare, non era nemmeno più in condizione di proporre misure economiche, efficaci e credibili, in grado di fare argine allo tsunami economico e finanziario checi stava investendo.
Tutti sappiamo poi cosa è successo, con un crescendo davvero vorticoso, sono via via aumentate le difficoltà: la produzione ha preso velocemente a diminuire, la disoccupazione continuava ad aumentare, creando situazioni economiche al limite per molte famiglie, i consumi come logica conseguenza hanno iniziato a diminuire, e la domanda interna a iniziato il suo inarrestabile declino; avviando la pericolosa spirale negativa verso la recessione; per contro il differenziale tra titoli di stato tedeschi e italiani ha raggiunto e superato i 500 punti con un’insostenibile aumento degli interessi da pagare ai nostri finanziatori; a dicembre eravamo davvero a rischio con tutti i dati macro economici fortemente negativi, quasi come la Grecia; l’Europa continuava a sollecitare sempre nuovi interventi ad un Governo, incapace di agire, di trovare misure utili a fare argine, assente anche sul piano politico, direi in sintesi:un Governo in balia della crisi stessa e,avendola per molto tempo negata,incapace di uscirne.
Il nostro enorme debito pubblico ha fatto il resto e così siamo precipitati sull’orlo del baratro economico-finanziario, è andata completamente persa la nostra credibilità internazionale, siamo di fatto diventati inaffidabiliper gli altri stati membri,fino a diventare politicamente residuali.
A quel punto era chiaro quale era stato il prezzo pagato nel seguire la musa berlusconiana, ma era anche chiaro che non vi fosse altra soluzione credibile, pena il precipitare definitivamente in quel pericoloso buco nero, che la nascita di un Governo forte, guidato da una personalità stimata in Europa, in grado quindi di offrire valide garanzie e di recuperare la perduta credibilità.
Così nasce il Governo Monti, con queste difficili condizioni dell’economia e con un Paese che è ormai sfiduciato, nasce con il preciso intento di mettere in sicurezza il Paese e la sua economia, nasce con l’auspicio che finalmente vi fosse qualcunocapace si di mettere a posto i conti ma altresì in grado di agire in modo equo, distribuendoi pesi dei sacrifici, che erano sicuramente necessari, non solo sui soliti noti.
Ma mentre le misure messe in campo sono servite a riconquistare prestigio e credibilità politica in Europa e nel resto del mondo, sono servite a ridare fiducia ai mercati e a portare il Paese fuori dal rischio maggiore, l’equità è rimasta purtroppo ancora disattesa.
Infatti sia il decreto Salva Italia, che i successivi interventi del Governo ( liberalizzazioni, sistema pensionistico e mercato del lavoro), pesano ancora in modo preponderante sui redditi da lavoro e da pensione, vengono cioè ancora poco colpite le rendite e le caste.
La dichiarata equità che lo stesso Premier Monti ha più volte richiamato come maestra delle sue iniziative, non è stata sufficientemente messa in campo, si segnalano certamente iniziative tendenti a spostare le entrate fiscali dai redditi alle rendite, ma è ancora poca cosa, la stessa IMU, introdotta per colpire i patrimoni immobiliari, non essendo stata predisposta in misura progressiva legata al reddito, rischia di diventare, per molte famiglie a reddito fisso, un ulteriore salasso.
Non si può negare che le riforme andavano fatte, e quindi bene ha fatto il Governo a mettervi mano, sopperendo ad anni di inutili parole e mancate azioni, che hanno contribuito ad aggravare le condizioni strutturali del nostro Paese, ma guardando l’insieme dell’operato a me alcuni dubbi sono sorti e mi pare che qualche problema rimanga ancora.
Se guardiamo alla riforma del sistema previdenziale ad esempio, mi chiedo se davvero sono state esplorate tutte le strade per ridurne l’impatto sulle fasce più esposte, se si è tenuto sufficientemente in conto che la maggior parte dei nostri pensionati fatica ad arrivare a fine mese; si legge infatti nel secondo rapporto sulla coesione sociale a cura del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Istat, che dei 16 milioni e mezzo di pensionati al 31 dicembre 2010, ben il 49,5% percepisce un redito inferiore a 1000€ al mese e solo il 13% ha una pensione superiore ai 2000€, il resto sta tra i 1000 e i 2000 €.
Questa è la fotografia reale e quindi andava tenuta in conto quando si è scelta la strada della sterilizzazione dell’aumento inflattivo, magari alzando un po’ la soglia dei redditi esenti, perché 1400 € lordi si riducono a circa 1200 € netti, cioè quelli effettivamente spendibili, che mi pare siano davvero pochini per far vivere degnamente.
Vi sono poi nel testo alcune questioni che riguardano categorie particolari di utenti, persone reali, non soggetti astratti, rispetto alle quali nulla è detto, rispetto alle quale non vi è certezza alcuna; oggi che la nuova legge porta il minimo contributivo ai 20 anni, mi chiedo cosa succederà a tutte quelle persone chehanno pagato o erano autorizzate ai versamenti volontari entro il 1992, quando il minimo contributivo era di 15 anni, e ancora sempre in conseguenza all’ innalzamento dell’età pensionabilequale trattamento riceveranno gli invalidi all’80%, o i non vedenti, i precari gli iscritti all’ INDAP fino al 1992 e ancora i derogati dal Dgls 503 del 92 che con le norme precedentiavevano requisiti ridotti per l’accesso alla pensione;cosa succederà dei contributi versati senza raggiungere i previsti requisiti contributivi pari a 20 anni; infine come il Governo pensa di risolvere la questione degli “ esodati” brutto termine con il quale si definiscono tutte quelle persone, che in virtù di accordi aziendali o della mobilità, sono usciti anzi tempo dal mondo del lavoro e che oggi, essendo cambiati i termini di età per la pensione, rischiano di essere senza un reddito. Ecco questi sono esempi di partite ancora aperte e mi pare che non siano cosine da poco.
Vorrei chiudere questo capitolo evidenziando che vedo anche un problema legatoall’aumento generalizzatodell’età pensionabile; vi sono infatti lavori che pur non essendo considerati usuranti vengono definiti dalle stesse Imprese,“delicati” e “particolari”, non vorrei che, senza norme chiare di dissuasione, fossero le stesse imprese a scegliere di liberarsi di questi lavoratori, considerati troppo vecchi e inadeguati o improduttivi perché non più in grado di reggere ai “ritmi”, scegliendo la strada dell’emarginazione, oppure rimettendo in campo la vecchia strategia, peraltro mai totalmente abbandonata, dell’ incentivo a lasciare il lavoro.
Ecco perché mi chiedo se siamo davvero convinti che con questa riforma si siano riequilibrati i diritti intergenerazionali, che si sia messo in campo un sistema previdenziale equo e sostenibile nel tempo?
Ritengo che le questioni e gli interessi che attengono al sistema previdenziale avrebbero avuto bisogno di un tempo maggiore di confronto con le parti sociali e con i partiti, di una analisi completa e complessiva del sistema precedentemente in vigore unita all’analisi del mercato del lavoro, dei suoi sviluppi futuri.
Sono convinto che la riforma conclusa è un passo avanti e rappresenta una buona base da cui partire per rimettere a posto le questioni rimaste in sospeso, perché avendo in qualche modo messo in sicurezza il sistema, è possibileaffrontare inodi sospesi e, considerando anche il sistema integrativo, arrivare ad una riforma strutturale del sistema previdenziale condivisa ed equilibrata in tutte le sue parti.
Riguardo alle liberalizzazioni il testo proposto richiama alla memoria le famose “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani, che se fossero state approvate avremmo guadagnato qualche anno, mi pare di poter affermare che dal testopresentato a quello approvato vi siano state modifiche per diminuirne l’impatto su alcune categorie, magari anche fortemente rappresentate in parlamento.
La vera questione riguarda l’obiettivo dichiarato di questa proposta e cioè la liberalizzazione del mercato e la semplificazione di norme e procedure; è stato raggiunto? Quali vantaggi portano a noi fruitori di quei servizi queste semplificazioni? Con questo intervento abbiamo davvero sburocratizzato il sistema?
Rimangono ancora le riflessioni sulla modifica del mercato del lavoro. Va riconosciuto che almeno in questo caso il Governo ha aperto un confronto serio con le parti sociali, infatti i risultati ottenuti sono stati sicuramente più articolati e rispondenti ai bisogni, dopo il confronto l’esecutivo ha fatto le sue scelte, senza considerare alcune richieste delle stesse parti sociali e ha scelto una strada che a mio avviso, ci stava portando allo scontro sociale.
Va detto in premessa che questa legge delega contiene cose interessanti e giuste, quali ad esempio le azioni volte a scoraggiare la firma in bianco delle dimissioni, il disincentivo ai contratti precari e l’incentivo all’apprendistato, ma altre questioni che erano all’ordine del giorno, per ammissione dello stesso ministro Fornero, quali la riduzione del numero dei contratti di lavoro che oggi sono una moltitudine, lo studio di un incentivo per far ripartire l’occupazione giovanile, il rilancio delle politiche del lavoro, per citare quelle che mi paiono le più significative, non hanno trovato soddisfazione.
Rimangono infatti utilizzabili tutti i contratti di lavoro, attraverso l’aumento dei costi si cerca di disincentivare i contratti a tempo, si propongono controlli più severi per smascherare l’utilizzo improprio delle partite iva, certamente cose anch’esse utili ma non sufficienti,ma la cosa che ritengo in assoluto più negativa è la totale mancanza di azioni che siano davvero in grado di far ripartire l’occupazione e favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
I dati che arrivano dall’Istat ci dicono di una disoccupazione che ha raggiunto il 9,3% con la perdita di altri 335 mila posti di lavoro nel 2011 e sappiamo che potrebbe non essere finita, basta guardare a cosa succede nel nostro territorio ogni giorno, crisi aziendali, trasferimento di intere aziende in paesi più competitivi, cassa integrazione e mobilità sono gli ammortizzatori sociali più usati, quelli che hanno finora impedito che scoppiasse il nostro tessuto sociale.
Nel disegno di legge del Governo vi è la proposta, che giudico positiva,di una nuova misura di disoccupazione(ASPI), che assorbirà gli ammortizzatori sociali oggi attivi, va detto che per fortuna questa volta il Ministro Fornero ha accettato di posticipare la definitiva entrata in vigore al 2017, altrimenti sarebbe stato davvero problematico far fronte alle continue crisi aziendali,che anche in questi primi tre mesi del 2012 sono andate aumentando, se avessimo avuto in campo solo ASPI.
Ma è la situazione dei nostri giovani, quelli compresi tra i 15 e i 24 anni, che rasenta davvero la drammaticità, siamo ormai alla soglia del 31% di disoccupati, e c’è da chiedersi quale futuro possa avere un paese in cui aumenta l’aspettativa di vita e si diventa sempre più vecchi, dove si nasce sempre di meno e dove i giovani attivi sono disoccupati in misura di 1 su 3 e dove a fronte dell’aumento dell’età pensionabile, non vi sono misure utili a trasformare il lavoro precario in lavoro stabile per i giovani.
Il nostro è un Pese sempre più a rischio di marginalità, un Paese destinato a scomparire ecco il perché dell’urgenza di politiche attive per il lavoro, in particolare di politiche in grado di offrire opportunità concrete e durature di lavoro ai giovani.
E’ qui che vorrei inserire una riflessione sulle modifiche proposte all’art 18, non solo per un personale coinvolgimento affettivo essendo stato uno di quelli che lottarono nel lontano 69/70 affinché fossero garantiti alcuni diritti ai lavoratori, ma perché mi chiedo se in momenti di continue crisi aziendali, la priorità fosse davvero l’art 18 della legge 300, e non già la messa in campo di misure utili a sostenere le imprese; se quella modifica non rappresentasse un TOTEM per la Confindustria e non per il sindacato, come invece si è voluto far credere.
Ma davvero qualcuno poteva credere seriamente che la maggiore flessibilità in uscita da sola, bastasse ad attrarre investimenti stranieri, a rimettere in moto la macchina produttiva nel nostro Paese, mi sembra davvero semplicistico, a me pare che i problemi erano e restano altri a partire dalla nostra poca capacità di essere attrattivi, dallacarenza cronica di infrastrutture per le industrie, da un sistema produttivo bloccato, dalla burocrazia amministrativa, dalla mancanza di una seria politica industriale e dalla poca ricerca; in poche parole non siamo competitivi; rimane una sola osservazione che ritendo valida ed è che questa riforma, così come era stata formulata, era necessaria per il mercati, al fine di dare un concreto segnale di cambiamento.
Per fortuna la politica ha fatto il suo mestiere, raggiungendo con il Governo un accordo, che certamente non è il massimo, ma che toglie veleno politico e in qualche modo attenua il disagio sociale, anche se, come succede in tutte le trattative, in questo accordo il PD, vero artefice di questa modifica, ha dovuto cedere qualcosa ad esempio sul tema della flessibilità in ingresso.
Rimane però un giudizio parzialmente negativo sull’intera modifica del mercato del lavoro, perché per dirla come Tito Boeri non facilita l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e di fatto non pone vincoli all’uso dei contratti temporanei, non prevedendone la trasformazione diretta in contratti definitivi.
Ecco perché mi auguro davvero che il Parlamento nella sua sovranità sia in grado di mettere ancora qualche tassello di equità nel disegno leggeche sarà, ci auguriamo in aula in tempi brevi.
Per chiudere questo capitolo, credo di poter dire che siamo tutti d’accordo con il quanto hanno detto a più riprese il ministro Fornero, il Premier Monti e lo stesso Presidente Napolitano e cioè che il che il problema vero è il lavoro che manca, che è necessario creare nuovi posti di lavoro, e ritengo che quella sia la sola ed unica via da perseguire se davvero vogliamo che il nostro Paese esca in modo concreto e presto da questa interminabile crisi.
E che il lavoro sia l’emergenza lo si percepisce anche nelle parole del cardinale Bagnasco Presidente della CEI, che dichiara nella sua prolusione: “mentre la crisi perdura, chiediamo che sollecitamente si avvii la fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. L’approccio finanziario, -prosegue il cardinale-, senza concreti e massicci piani industriali, sarebbe di ben corto respiro”.
Queste parole non hanno certo il senso di una condanna all’operato del Governo, ma pongono forte l’accento sulla necessità di andare oltre le misure di austerità e di mettere in gioco tutte le risorse disponibili per incentivare la ripartenza, unica vera strada di uscita dalla crisi.
Sono convinto, e magari mi sbaglio non essendo un professore, che se vogliamo davvero svoltare non basta la sola politica del rigore, ma diventa necessaria una polita di rilancio, ecco perché stiamo ancora aspettando la promessa fase due, quella cioè che dovrebbe far ripartire la macchina Paese.
In attesa quindi di questa svolta, il giudizio sull’operato del Governo non può che essere di sospensione, tra quanto di buono è stato fatto e quanto poteva essere migliore, tra l’apertura verso prospettive nuove e la mancanza di coraggio a spingersi oltre, tra i problemi strutturali risolti e la mancanza di una visione realistica: un giudizio quindi variabile come di segno variabile sono state le iniziative di questo Governo, ora positive ora no, ma in ogni caso ancora non si è affrontato il nodo vero: la creazione di lavoro.
Allora valutando quanto di buono è stato fatto, ma anche quanto permangano forti segni di sperequazione nelle misure adottate, attendendo una proposta per avviare la seconda fase quella della ripresa, mi verrebbe da dire che si ha l’impressione che questi nostri ministri, mantengano una visione del Paese, dei suoi problemi e delle possibili soluzioni, ricavata dai testi di economia e finanza e non tanto dall’attenta osservazione della realtà del Paese.
UNA CRISI STRUTTURALE
Ma sbaglia chi crede che la crisi dell’Italia sia solo economica, è a mio avviso una crisi di sistema, una crisi strutturale che mette in discussione le fondamenta stesse della nostra società, è una crisi sociale e di valori.
Oggi viviamo in una realtà caratterizzata da un forte individualismo. Contano troppo, e spesso prevalgono, gli interessi personali, i gruppi di potere, l’egoismo e l’apparenza. Viviamo in una società spezzata, dove non vi sono più, o sono in crisi,i legami sociali forti che abbiamo conosciuto e che erano capaci di tenere assieme il tessuto sociale. Tutto sembra disgregarsi sotto i colpi di una lotta per il potere, piccolo o grande che sia. Si cerca il vantaggio e l’utilità per se stessi, anche a scapito del bene comune.
La crescente disoccupazione che provoca una perdurante situazione di difficoltà di molte famiglie, (nel 2010 2.734.000 si trovavano in condizioni di povertà relativa cioè l’11% delle famiglie italiane), la perdita di dignità che ne consegue, l’incapacità di ricreare legami forti e la perdita di fiducia rappresentano efficacemente la mancanza di coesione sociale e il rifugio nell’individualismo.
Certo tutto questo viene aggravato dalla perdita di valori forti e condivisi, ecco a quale deriva ci ha portato questa crisi, nulla a più valore, solo io sono al centro e valgo, non conta più la società, la comunità rimane una mera chimera, un semplice retaggio ideologico, conta il bene personale, il dominio del proprio gruppo di potere o di interesse.
Possiamo affermare che il paese si va lentamente ma progressivamente disgregando a livello sociale ed economico.
La drammaticità della crisi economica ha creato le condizioni affinché si arrivasse a questo livello di diseguaglianza sociale, a far si che il divario tra ricchi e poveri stia aumentando ancora con l’aggravante che, per effetto della carenza di risorse economiche, sono venute a mancare quelle tutele e protezioni sociali, date da servizi pubblici, che almeno servivano a garantire un minimo di equità sociale.
Questa società fondata ormai sul personalismo, sull’io, dove conta il proprio interesse, sta diventando un crogiolo di disagio sociale forte che potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di più profondo.
Ecco che la crisi economica intrecciandosi in modo profondo nel nostro tessuto sociale provoca una crisi totaledi sistema, vanno in crisi le stesse radicidella nostra democrazia provocando conseguenze difficilmente misurabili.
E’ un Paese che sta scricchiolando dalle fondamenta, se va in crisi la democrazia, lo stesso sistema sociale di cui proprio la nostra Costituzione ne è garante, non abbiamo più certezze e non abbiamo più speranze su cui lavorare.
Come siamo giunti fino a questo punto? Cosa ha causato una situazione così complessa?
Abbiamo attraversato un Governo Berlusconi che ha determinato le basi di una simile caduta, sia a livello economico che a livello sociale, a mio avviso né è stato il principio anche il comportamento personale dell’allora Primo Ministro, ma certo non tutto si può scaricare, in termini di responsabilità su quel Governo e sul suo Premier.
C’è un intero sistema Paese che è andato in crisi, ogni categoria sociale ha progressivamente cominciato a disinteressarsi del pubblico e così gradualmente il germe del disinteresse sociale, è diventato la linfa che ha alimentato molte persone; per assurdo proprio nella crisi anziché unirsi, mettere assieme le risorse di ciascuno per uscirne bene tutti, è prevalso il si “salvi chi può”.
Abbiamo già detto che sul piano economico, nulla o poco ha fatto il governo Berlusconi e comunque quel che ha fatto lo ha fatto con colpevole ritardo, ma ho anche provato a spiegare, come a mio parere anche il Governo Monti sta battendo una strada in salita.
I dati del primo trimestre del 2012 ci dicono infatti che il nostro PIL continua ad essere negativo, siamo cioè tecnicamente in recessione, anche i dati economici non sono entusiasmanti: i consumi sono precipitati a livello del 1994, la produzione industriale continua a scendere, solo chi esporta cresce un po’, aumentano i disoccupati e crescono le famiglie a rischio di povertà. Una situazione che, pur se ci viene detto che verso fine 2012 dovrebbe migliorare, ci butta prepotentemente sul viso quanto sia irrimandabile mettere mano a politiche di crescita, a trovare con impegno risorse economiche da investire nel rilancio e a darci finalmente una seria e attenta politica economica.
Ecco cosa ci attendiamo dal Governo Monti, azioni rivolte alla crescita, a far partire questa nostra immobile economia; mi auguro che ormai l’abbiano capito anche i professori e tutti i fautori delle politiche di rigore, dentro e fuori dell’Italia, il solo rigore ci porterà ad una spirale depressiva perché senza la crescita avremo presto bisogno di altre manovre di tagli e tasse, che deprimeranno ulteriormente la domanda interna e i consumi, e così fino al rischio concreto della “disgregazione sociale”, come è successo in Grecia.
Bisogna mettere in campo idee e risorse per far ripartire l’economia, bisogna sostenere gli investimenti di quei pochi industriali che ancora credono nel loro Paese e hanno voglia di starci, bisogna mettere in campo una vera politica industriale, chiedendo anche alle banche di fare la loro parte avviando una seria politica di creditoa favore di imprese e famiglie, così da incentivare gli investimenti.
UNO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
Ma proprio questa crisi così radicale e di sistema, può in qualche modo esserci utile, aiutarci a capire come dobbiamo vivere, come dobbiamo utilizzare al meglio tutte le risorse, umane, economiche e sociali, di cui il nostro Paese è ancora ricco.
Sono convinto che quella che stiamo attraversando è anche una crisi profonda del nostro modello di sviluppo, abbiamo forse accentuato in modo colpevolmente eccessivo l’importanza della finanza, dei parametri economici, abbiamo scelto come giudice delle nostre politiche, delle nostre consuetudini “ il mercato” quasi che lo stesso non fosse fatto da uomini e da soggetti interessati, da speculatori senza scrupoli, pronti a scaricare sulla collettività i danni causati dai loro sporchi giochetti finanziari fatti al solo fine di arricchirsi, come è successo nel 2008.
Dobbiamo cambiare padrone, il santo Padre Giovanni Paolo II ci diceva “ che è il lavoro che è fatto per l’uomo e non viceversa” quasi ad anticipare con chiara visione profetica quanto sta accadendo oggi dove invece prevale l’economia, la redditività del capitale investito e l’uomo ne diventaunmerostrumentodiproduzione.
Ma anche Papa Benedetto XVInella sua Enciclica “ Caritas in Veritate” ci richiama ad una critica profonda del modello ipertecnologico e liberista.E lo fa a partire da un concetto che è il cuore della dottrina sociale cristiana: lo sviluppo umano integrale “cioè lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”.
E ancora sempre Papa Ratzinger scrive, parlando dell’importanza del lavoro “ un lavoro scelto liberamente, che associ i lavoratori allo sviluppo della comunità ; che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie, di scolarizzare i figli, un lavoro che lasci lo spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici”
Non possiamo noi cristiani prescindere dal credere che il centro verodel nostro operare sia quindi le persona, che sia utile e necessario pensare a politiche, a operazioni economiche e ha azioni sociali, finalizzate all’esclusivo benessere della comunità degli uomini.
Ecco allora, se vogliamo passare dalle intenzioni ai fatti, dalle dichiarazione all’azione concreta, che diventa necessario mettere in discussione il nostro modello di sviluppo, analizzandone sia gli aspetti economiche ma anche e soprattutto le ricadute sociali.
Non vorrei essere frainteso non sto pensando o suggerendo “ la decrescita felice”, credo, molto semplicemente che sia necessario cominciare a porsi delle domande sulle priorità vere del nostro Paese e provare a ridefinire la nostra strategia di crescita a partire dal loro soddisfacimento,probabilmente ci renderemmo conto,dopo una seria analisi, che cambiare modello di sviluppo è possibile, che le strade da percorrere non sono poi così stravaganti e che sono in grado di sviluppare economia positiva, di creare opportunità di lavoro e benefici duraturi,utili alla crescita del nostro sistema Paese.
Penso ad un nuovo modello di sviluppo che non rinunci alla crescita ma ne indirizzi i frutti verso un maggiore benessere, che crei opportunità di occupazione ma non a scapito dei diritti, che si fondi sul rispetto del territorio e più ingenerale dell’ambiente in cui viviamo, patrimonio non inesauribile, che produca una ricaduta sui territori non solo economica ma anche e soprattutto di maggiore sicurezza sociale.
E’ svilupposostenibile mettere in campo grandi opere che producano da subito un vantaggio alla comunità, quale ad esempio la messa in sicurezza del nostro territorio, la ricomposizione per quanto possibile, del grave dissesto geologico, provocato da una dissennata azione distruttiva orientata al recupero di territorio per l’edilizia; è sviluppo diverso lavorare per una mobilità sostenibile, investendo in ricerca per trovare fonti energetiche alternative, alimentando un sistema di trasporti che risponda alle reali esigenze della nostra gente; è sviluppo diverso incentivare, anche attraverso l’impiego di risorse pubbliche, quelle azioni che vadano nella direzione di prevenire possibili disastri strutturali e sociali; è ancora sviluppo sostenibile mettere in campo interventi di manutenzione alla nostra rete idrica allo scopo di recuperare almeno in parte l’enorme dispersione di acqua, dovuta all’ inefficienza delle condutture e della stessa gestione del servizio di fornitura.
Vorrei ricordare a questo proposito quanto detto dal cardinale Bagnasco nel suo intervento di apertura dei lavori della CEI ”bisogna però che si approfitti il più possibile di questa stagione, in cui si è costretti a dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare la lotta all’evasione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica”
LE RISORSE NECESSARIE
Certo vi è un problema di risorse economiche ma se si trovano i soldi per l’acquisto dei caccia F35, oppure per aumentare la rete autostradale, o per fare tunnel o ponti mega galattici, vuole dire che un po’ di risorse ci sono, diventa allora solo una questione di priorità, di scegliere cosa serve di più e cosa da maggiori benefici, al paese e ai suoi abitanti, e questo è il compito della politica.
Ma la politica va aiutata a scegliere, a fare bene il compito che noi elettori gli abbiamo assegnato, per evitare che potenti lobbyeconomiche ci anticipino e facciano prevalere il loro interesse che, non posso certo escluderlo a priori,in tempi lunghi potrebbe anche produrre un vantaggio per la comunità, ma che certamente non è la priorità in un momento difficile come quello che stiamo attraversando.
Ma personalmente credo che ci siano altre risorse che si possono recuperare per destinarle alle priorità del nostro paese, ad esempio riducendo in modo sensibile le spese militari, intervenendo in modo serio sui costi della politica, ma soprattutto con una sempre più mirata lotta all’evasione e alla corruzione.
Devo dire a ragion del vero che il nuovo Governo si sta impegnando in modo serio e convinto nella lotta all’evasione, con azioni concrete che mirano anche a dissuadere e con il non disprezzabile risultato di recuperare importanti risorse economiche.
In questa fase di assoluto bisogno di risorse, l’evasione non è da considerare solo un furto ma un vero crimine contro la società; le azioni di controllo e verifica messe in campo dalla Finanza e dall’Agenzia delle Entrate stano dando i loro frutti, segnando un vero record nel recupero di risorse evase.
Certo la piaga è profonda e diffusa e lo certifica la Corte dei Conti quando dichiara che abbiamo raggiunto e superato la soglia dei 100 miliardi evasi e personalmente ritengo che difronte ad un simile fenomeno, la sola azione repressiva, se pur utile e necessaria, non rappresenti la soluzione al problema.
Credo che questa passi attraverso una maggiore consapevolezza di tutti, che le tasse rappresentano un dovuto contributo per i servizi dello stato, quei servizi che poi vengono da tutti rivendicati, anche da chi non contribuisce a sostenerli, più si prende coscienza che la quantità e qualità dei servizi dipende da quanti soldi lo stato incassa con le tasse, più si diventerà portatori di messaggi positivi verso chi non paga e convinti sostenitori del “controllo popolare”, arma assai produttiva contro gli evasori.
Altra grave piaga, vero proprio cancro difficile da estirpare, è la corruzione, che attraversa tutte le categorie sociali e che brucia almeno un altro centinaio di miliardi di euro.
Riscontriamo che dal 1994, cioè da mani pulite ad oggi nulla è cambiato nel sistema delle corruttele, politici compiacenti, imprenditori senza scrupoli, affaristi vari, hanno saputo ricostruire sulle ceneri di quella inchiesta un sistema ancora più profondo, che mi pare che abbia oggi toccato livelli di sfrontatezza davvero inimmaginabili. Basta ricordare a questo proposito le parole che il cardinale Tettamanzi ha detto nel suo saluto a Milano “gli anni della così detta tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtroppo la questione morale è sempre di attualità”
La legge contro la corruzione giace però in parlamento e nessuno ad oggi pare preoccuparsene concretamente, speriamo che venga presto rispolverata e approvata.
Quello però che appare certo è il persistere anche nei partiti di un modo almeno leggero di gestire le risorse loro assegnate con i rimborsi elettorali, e qui vedo due questioni altrettanto serie, la prima riguarda la modalità stessa dei rimborsi: come è infatti possibile che prendano i rimborsi elettorali partiti che non esistono più, e come è possibile che il differenziale tra le cifre rendicontate e quelle assegnate sia di 1,5 miliardi di euro?
La seconda questione è più delicata e preoccupante e riguarda la democrazia nel nostro Paese, infatti oggi, proprio gli scandali offrono alibi importanti a chi non vuole più partecipare al voto, è diffuso in larga parte della società il disappunto e la diffidenza verso i partiti, cioè verso quelle forme organizzate che dovrebbero rappresentare, in una democrazia matura, le istanze dei cittadini; se questo non capita più oppure se meno persone partecipano, che livello di democrazia potremmo raggiungere?
Bisogna riconoscere però che almeno su questo sembra vicina la definizione di nuove che dovrebbero rendere quanto meno più trasparente le gestione delle risorse economiche dei partiti.
Quindi quanto detto finora sta a dimostrare come sia possibile recuperare le risorse necessarie a fare investimenti utili alla crescita e se aggiungiamo ancora un taglio alle spese militari e i risparmi possibili con una riforma dello Stato, abbiamo sicuramente un buon gruzzolo.
Si tratta di capire come investire e se michiedeste cosa farei per avviare uno sviluppo diverso, più attento all’ambiente e alle persone, la risposta si articolerebbe proponendo interventi in grado di produrre valore aggiunto, cioè in gradodi dare lavoro, di mettere in sicurezza il territorio, e di produrre risparmi attraverso interventi di prevenzione.
Interventi quindi per rinforza gli argini dei fiumi, per mettere in sicurezza città e paese costruiti senza il minimo rispetto delle regole antisismiche, oppure per rinforzare o ricostruire abitazioni fatte di sabbia, ancora per contenerecolline e montagne a rischio di frane;interventi per mettere regole più stringenti per la sicurezza nei posti di lavoro; maggiori controlli nelle concessioni edilizie, e così ancora.
LE ACLI IN CAMPO
Ecco noi stiamo qui dentro, immersi in questa complessità in questo caos che offre però strade innovative per uscirne bene, per promuovere crescita “pulita e equa” per il nostro Paese.
Il nostro compito primario è quindi quello di leggere e interpretare, alla luce della reale situazione del nostro paese, il messaggio contenuto in quelle tre frasi del nostro titolo:
Rigenerare comunità, ricostruire il paese, le Acli artefici di democrazia e buona economia.
Mi piace leggere così quel titolo, provando a declinarne in modo concreto, le vie strategiche che dobbiamo percorrere, so bene che il messaggio vero sta proprio nell’insieme di quelle tre frasi ma vorrei provare e darne specifiche interpretazioni.
Intanto credo davvero che l’enfasi del titolo non sia solo il tentativo di creare iperboli letterarie, ma sia invece, come ho detto fin dall’inizio di questa relazione, il tentativo di rileggere le nostre fedeltà storiche alla luce della realtà sociale, politica ed economica di oggi.
Rigenerare comunità
Rigenerare comunità è sicuramente il primo messaggio chiaro che ci viene dato, siamo chiamati forti del nostro radicamento, della nostra fede nell’uomo e dell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, a fare il nostro lavoro di cristiani socialmente impegnati, ha portare il messaggio di liberazione a tutti gli uomini.
Oggi viviamo in una società spezzata dove i legami sociali sono andati distrutti o sono comunque affievoliti, esiste uno stato di bisogno che porta ciascuno a salvare se stesso e la sua famiglia, il valore della comunità, cioè del bene comune, del sentirsi parte di una storia umana più grande è molto affievolito, coperto e nascosto dai bisogni concreti, dalla mancanza di lavoro, dalla difficoltà di trovare aiuti e sostegno, magari anche solo un po’ di solidarietà; la povertà fa paura e mette in secondo piano tutto, valori e aspirazioni comprese.
Il nostro compito primario sta proprio nel farci carico dei problemi, cercando di sostenere chi li ha, di solidarizzare con chi ha bisogno e di essergli di aiuto concreto.
Questo diventa il “principio attivo” con cui deve muoversi tutto il nostro sistema, i servizi che sono in grado di offrire assistenza e aiuto, l’associazione che con interventi mirati, raccoglie e fa proprie le difficoltà generali e le trasforma in azioni di rivendicazione e di proposte verso la politica.
Questo siamo chiamati a fare, a far rigermogliare il seme della condivisione e della solidarietà, certi che non esiste una comunità se tutti non sanno farsi “ carico” dei problemi di ciascuno.
Ricostruire comunità, cioè costruire nuovamente, dal nuovo cioè da un messaggio che sappia ridare vigore allo stare assieme.
E chi più delle Acli può essere portatore di questo germe, noi che attraverso i nostri circoli, vantiamo un consolidato radicamento territoriale, noi che con i servizi abbiamo le professionalità per fornire aiuto e sostegno, noi che essendo presenti nei territori, noi che da seguaci del Cristo dell’Amore, possiamo davvero raccogliere i bisogni delle persone e farli nostri, portando un nuovo modo di essere presenti e di stare assieme.
Solo ricostruendo un forte spirito di condivisione e coesione, possiamo pensare di mettere in campo una azione di ricostruzione del Paese
Ricostruire il Paese
Un Paese che come ho cercato di spiegare, presenta evidenti segni di cedimento strutturale ma aimè anche sociale.
Certo che il compito è assai più complesso e passa attraverso azioni comuni con altri soggetti sociali.
Dobbiamo davvero mettere a disposizione della ricostruzione il nostro sapere e il nostro saper fare, dobbiamo lavorare innanzi tutto sul piano culturale verso i nostri concittadini e contemporaneamente, quel che possiamo, sul piano politico, per costruire una lobby sociale per far passare quelle strategie utili davvero al bene comune e quindi al bene del paese.
Dobbiamo studiare di più, ricercare strade nuove e idee efficaci per il rilancio, ma che siano sempre ancorate alla centralità delle persone, dobbiamo saper attendere e mettere in campo strategie, saper essere buoni mediatori se ve ne sono le condizioni, ma sempre rifuggendo da un vantaggio individuale a vantaggio del bene comune.
Così davvero interpreteremo in modo nuovo ma efficace il nostro essere fedeli al lavoro
Artefici di democrazia e buona economia
Le Acli sono sempre state Produttrici di democrazia, nei processi politici nazionali e sul territorio, ma dobbiamo pensarci un po’ di più come soggetti protagonisti della democrazia. Anche da noi dipende l’operare affinché ogni persona trovi un proprio spazio di espressione, gli venga concessa una opportunità piena di essere cittadino ascoltato e considerato, affinché la partecipazione, come strumento di democrazia reale, si definisca non solo attraverso l’esercizio del voto, ma anche con il diritto di scelta e di controllo.
Infine dobbiamo essere soggetti di buona economia, cioè di una economia che è ha servizio dell’uomo, dei suoi bisogni e delle sue necessità.
Non ci piace una economia che come quella di oggi, che diventa la stella cometa di ogni azione politica, che sfrutta l’ingegno umano per produrre benefici per pochi; credo che noi possiamo davvero dimostrare, attraverso un modo nuovo di fare impresa, cos’è la buona economia.
I nostri servizi e le nostre imprese sono da sempre sul confine tra opere sociali e attività produttive.
Tengono insieme due anime e due compiti: producono reddito e contemporaneamente danno alle persone servizi utili allo svolgimento del loro percorso di vita. Questo deve diventare un metodo diffuso.
Bisogna imparare che quel che conta è la persona e che è necessario educare tutti ad un vivere più sobrio, privilegiando quello che è indispensabile e prestando sempre più attenzione al territori e alla sua salvaguardia: in sintesi dobbiamo produrre più lavoro ma utile ad una crescita equilibrata.
Personalmente vedo le Acli come un organismo vivo e pulsante, dotato di un cuore aperto, pronto alle sollecitazioni esterne, a far proprie le problematiche del prossimo e a sostenere i diritti delle persone, con una mente attenta e pronta a cogliere le sollecitazioni del cuore, a cercare risposte e
offrire servizi ai bisogni della gente ma con le radici fortemente ancorate alla Parola di Dio, unica fonte inesauribile di risorse e di verità, che ci parla attraverso i nostri Pastori con la Dottrina Sociale.
LA REALTA’ DEL PIEMONTE
La nostra determinazione nel cercare di fare bene e fino in fondo il nostro mestiere di organizzazione di Promozione Sociale, ci chiede di partire proprio dalle nostre fedeltà, rilette e codificate attraverso il messaggio che ci porta questo congresso, di rileggere il lavoro che abbiamo fatto e soprattutto di definire le priorità e la strategie per quanto ancora dobbiamo fare, decisi come siamo stati e come siamo e saremo, di metterci al servizio della nostra Comunità.
Dobbiamo avviare una verifica approfondita del nostro operato, per capire quanto siamo stati coerenti al nostro mandato e per poter con maggiore incisività programmare il nostro futuro come Acli piemontesi.
Una attenta verifica deve partire da una analisi della realtà sociale ed economica che ci circonda analisi che ci fa capire che le difficoltà di cui ho parlato, sono fortemente presenti anche nel nostro Piemonte.
In particolare credo vada concentrata la nostra attenzione agli ambiti che attengono più da vicino la vita dei cittadini piemontesi e che più ci interrogano direttamente: lavoro, salute e sicurezza sociale.
Il consiglio regionale nei giorni scorsi a definitivamente approvato il nuovo piano sanitario che per i prossimi tre anni sarà la guida della sanità piemontese; è noto che l’approvazione è avvenuta con il solo voto contrario del PD e dei partiti minori di opposizione e con l’astensione di IDV e UDC, dico questo perché a mio parere rappresenta la stessa natura controversa del piano stesso.
Un piano che contiene cose interessanti e buone, e altre a mio avviso quanto meno poco chiare e soprattutto non esplicite, come ad esempio il trattamento della questione esuberi e spostamenti, che mi pare si diano quasi per scontate, senza mettere in conto le possibili difficoltà; oppure ancora la indeterminatezza di come saranno gestite le trasformazioni degli ospedali che sono previste nel piano, o come si pensa di aumentare l’efficienza dei servizi e diminuire le attese, e ancora come si farà a spostare interi reparti specialistici da un polo ospedaliero all’altro senza causare disagi ai pazienti; è proprio questa mancanza di certezze che ci fa chiedere se questo piano sia davvero la soluzione migliore non solo per le economie possibili, ma soprattutto per garantire la qualità dei servizi e la loro effettiva fruibilità?
Per dirla come l’assessore Monferrino. “ oggi si parte ma la riforma entrerà a regime fra tre anni”
E quindi il giudizio finale, par di capire sarà possibile solo allora, nel frattempo i pazienti continueranno a barcamenarsi tra lunghe code e servizi non sempre efficienti, come succede adesso.
Va comunque detto che il Piano sanitario resta finora, l’unica riforma strutturale portata a termine dalla Giunta Cota.
Rispetto al tema del welfare, dobbiamo registrare un taglio piuttosto consistente delle risorse destinate al capitolo dell’assistenza, taglio che ha trasversalmente colpito tutti i servizi: dal sostegno al reddito alle politiche di supporto al disagio, dagli aiuti alle famiglie in difficoltà ai servizi per gli anziani, l’unico welfare che resiste, anzi che certamente esiste, è quello famigliare.
Già da una nostra inchiesta del 2007 sul tempo di vita delle persone anziane, si registrava un evidente impegno della maggioranza degli intervistati, al sostegno del reddito delle famiglie dei figli prevalentemente attraverso la cura dei nipotini, oggi questo aiuto si è trasformato in vera azione di welfare globale: figli non più giovani che assistano genitori molto anziani e malati, genitori costretti da eventi esterni ad offrire ospitalità ai figli con famiglia, e altro ancora a secondo del bisogno che si concretizza.
Oggi quindi possiamo affermare con assoluta certezza che, nella nostra Regione al welfare pubblico si è affiancato, un welfare famigliare molto presente, che diventa sempre più prioritario e insostituibile, una azione fatta per necessità e non certo per scelta.
A questo si è arrivati per il combinarsi di due fattori, tra l’altro abbondantemente prevedibili, l’aumento delle persone anziane e la contrazione di nascite che ha accelerato l’invecchiamento della nostra società e la grave crisi occupazionale che ha prodotto danni economici alle famiglie; se a questo si aggiunte una riduzione delle risorse destinate dal pubblico all’assistenza, si capisce la qualità del dramma che vivono alcune famiglie piemontesi.
Sempre di più nei colloqui con le assistenti sociali si rischia di sentirsi dire che i parametri di reddito e di salute della persona non sono più elementi sufficienti per esigere il diritto, che i servizi vengono erogati fino ad esaurimento delle risorse economiche, a partire dalle situazioni più disperate.
Par di capire quindi che anche se non è diminuito il numero delle prestazioni, sono di fatto modificati i parametri di accesso, in modo da far diminuire il numero totale delle prestazioni realmente garantite.
In sostanza se fino all’anno scorso con 1000 € di reddito avevi diritto ad una prestazione parzialmente a carico dell’assistenza, oggi sei ricco e non hai più questo diritto.
L’Ultimo capito che vorrei affrontare riguarda il lavoro, l’ ho lasciato per ultimo perché credo che sia davvero il problema dei problemi.
In Piemonte ancora a febbraio vi è stato un consistente aumento di ore di cassa integrazione ordinaria autorizzata, si è passato in un anno da 2 a 5 milioni di ore, in questo dato ovviamente la parte del leone la fa Torino con la vicenda Fiat; le imprese della nostra regione continuano a perdere produzione salvo quelle che lavorano per esportare; la chiusura di molti stabilimenti porta alla considerazione che la capacità produttiva degli stessi si è ridotta di 2/3, e nonostante previsioni meno nere per la fine del 2012, le crisi aziendali sono continuate anche nel mese di marzo ( caso De Tommaso o INDESIT) e rischiano di far esplodere ulteriormente le richieste di cassa, il mercato piemontese è fermo e la domanda interna è praticamente al palo.
Questo è il quadro di una realtà in forte difficoltà, è il quadro rispetto al quale la politica, deve cercare le risposte, deve provare a mettere in campo una proposta credibile, coinvolgere l’imprenditoria, le banche e i sindacati, per elaborare assieme una scommessa di rilancio produttivo.
Su questo per ora la Giunta non ha ancora un piano di azione, viaggia affrontando di volta in volta le diverse crisi aziendali senza avere una strategia complessiva.
Tutto questo ricade pesantemente sulle persone e sulle famiglie, procurando un diffuso malessere sociale, figlio di precarietà vissute come ingiustizie e senza il conforto di un minimo di solidarietà; in una realtà così depressa è assai difficile poter parlare di coesione sociale, sono saltati i legami fondamentali, dati dal rapporto continuo con gli altri ed è saltata la sicurezza economica che permetteva un minimo di serenità.
Ecco credo veramente che ben pochi abbiano preso sul serio il rischio della disgregazione sociale che né poteva derivare, e anche questo ha certamente contribuito a far sentire tutti un po’ più soli e disperati.
LE ACLI IN PIEMONTE
E’ dentro questo quadro che dobbiamo dare senso al nostro impegno, è dentro questa pesante crisi che abbiamo cercato di muoverci provando a fare la nostra parte.
Abbiamo lavorato nella crisi, tentando di legare le nostre azioni sia ai bisogni delle persone che alle oggettive situazioni di difficoltà dei territori, utilizzando appieno le risorse del nostro sistema.
Proverò quindi a tracciare sinteticamente alcune azioni che ritengo siano state importanti e significative, saranno domani Massimo e Mario con il loro intervento, a spiegare in modo dettagliato il nostro operato, offrendovi un quadro assai più completo.
Abbiamo promosso la campagna Acli Contro la crisi, non perché ritenevamo di essere in grado di dare risposte risolutive alla stessa, ma perché ci siamo resi conto che le conseguenze ricadevano su una platea ampia e diversificata, che andava ingrossandosi ad ogni crisi aziendale coinvolgendo sempre più persone a digiuno dei propri diritti esigibili e totalmente frastornate davanti alle procedure amministrative da seguire.
Da qui nasce l’idea della campagna, una campagna che aveva l’obiettivo prioritario di informare tutti e ciascuno si trovasse in difficoltà, che metteva a disposizione delle persone i nostri servizi in un’opera di consulenza o di prestatore d’opera, a seconda delle situazioni.
Abbiamo lavorato quindi per costruire una guida, anche con il supporto dell’assessorato regionale al welfare, dove abbiamo sintetizzato le norme che riguardavano i sostegni messi in campo dalla Regione e tutti i servizi che noi stessi eravamo in grado di dare.
Questa guida è stata trasmessa agli operatori dei servizi, e cosa molto importante, ai nostri circoli con l’idea di farli diventare veri strumenti informativi sul territorio, utilizzando appieno il loro radicamento e la loro capacità di relazione con tutte le persone.
Il lavoro fatto a visto ovviamente la partecipazione di tutto il sistema delle nostre Acli, anche se il risultato è stato forse un po’ sotto le nostre aspettative.
Abbiamo potuto constatare che le difficoltà ad entrare in relazione con chi ha problemi sono importanti, che la metodologia adottata per favorire la diffusione era insufficiente, che era necessario mettere in campo una strategia più efficace se volevamo arrivare a molte persone.
Preso atto delle difficoltà, visto però che l’idea era decisamente valida, come ci avevano detto le persone che l’avevano conosciuta, abbiamo lavorato a fondo assieme al Patronato per studiare strategie nuove e più efficaci, per capire quali fossero le soluzioni alle difficoltà riscontrate, così nasce il progetto denominato “ il coordinamento di sistema attraverso una rete territoriale al servizio di una nuova economia sociale”
Il progetto, finanziato dalla presidenza nazionale del patronato, ha proprio l’obiettivo di mettere in campo una azione più determinata e mirata alla creazione di figure di animatori sociali di territorio e centri di ascolto, che hanno l’obiettivo di diventare riferimento delle persone, il progetto inoltre ha estensione extra territoriale e coinvolge sia la valle d’Aosta che la Liguria, nel tentativo di creare una vera ed estesa rete di protezione sociale e di informazione permanente.
Chiaramente oggi il progetto è nella sua fase di diffusione, non si è ancora affrontato il nodo nè della formazione dei volontari nè dell’organizzazione e diffusione dei Centri di ascolto perché sono arrivati i congressi e il lavoro si è fermato; ritengo però che sarebbe davvero un grosso errore non completare l’iter progettuale, pertanto mi auguro che la futura classe dirigente che uscirà da questo congresso, abbia la determinazione necessaria per concludere il percorso.
La seconda campagna promossa ha riguardato il tema Lavoro.
Dico subito che anche questa è stata una campagna nata dalla sollecitazione di due fatti molto significativi per noi: da un lato la crisi dei rapporti sindacali dall’altra la situazione difficile della Fiat Mirafiori e le possibili ripercussioni che avrebbero portato a conseguenze davvero disastrose per Torino e il Piemonte.
La campagna ha avuto inizio con l’appuntamento di maggio 2011, quando in piena crisi dei rapporti sindacati, conseguente all’approvazione anche a Mirafiori del piano Marchionne, e in vista del referendum alla Bertone, abbiamo chiamato i tre segretari di Fim, Fiom e Uilm, a confrontarsi sul futuro di Torino, in una visione ovviamente che provasse ad andare oltre.
L’idea era che ha partire da quel seminario fosse possibile ricercare assieme ai sindacati e a altre organizzazioni sociali che fossero interessate, strade per aprire un serio confronto e una riflessione che portasse ad una proposta credibile, condivisa da un ampio schieramento sociale, di nuovo sviluppo per la nostra regione.
Su questa seconda parte abbiamo decisamente rallentato, non tanto per nostra scelta quanto per la necessità di ricercare strade diverse di fronte ad una dichiarata difficoltà delle organizzazioni sindacali, ad aprire un confronto con noi sui temi del lavoro: forse non siamo riusciti a farci intendere, forse abbiamo sbagliato i tempi, fatto è che dovremmo cercare altre modalità per arrivare ad una proposta sul tema dello sviluppo. Ritengo che sia irrinunciabile oggi, di fronte alla grave crisi di prospettiva, alzare l’asticella dei nostri interventi, non basta infatti soltanto la difesa dell’esistente, bisogna avere coraggio di assumersi la responsabilità di fare proposte che siano in grado di mettere in campo un nuovo e diverso sviluppo per il Piemonte, magari a partire dalla mobilità sostenibile, o da un vigoroso impegno per il rilancio delle energie alternative, o dal riassesto del sistema idrogeologico della nostra regione.
Ma anche su questo sarà la futura classe dirigente a fare le opportune scelte, io credo che il congresso debba mettere però al centro del prossimo impegno per le Acli Piemonte anche il tema dello sviluppo.
L’ultimo capitolo è relativo al welfare, ambito in cui nel rispetto del piano sociale quadriennale che era stato approvato dal nostro consiglio regionale, abbiamo promosso azioni, che ritengo di significativa importanza.
La prima è stata rivolta alla fascia dei giovani adulti cioè quelle persone in età compresa tra i 25 e i 45 anni, che subiscono gli effetti di ritorno eo diretti della crisi economica.
Abbiamo condotto una inchiesta conclusa qualche mese fa, somministrando questionari in 4 province e proprio in questi giorni è arrivata l’elaborazione dei dati raccolti, di cui Raffaella Dispenza vi darà un primo resoconto; questi dati serviranno proprio per decidere quali azioni politiche mettere in atti e quali servizi promuovere per essere di supporto a queste persone.
La seconda linea di intervento ha riguardato i nostri concittadini immigrati, attraverso il contatto diretto ai nostri sportelli e con l’aiuto delle altre organizzazioni che lavorano sul campo, si è cercato di attivare servizi rispondenti ai bisogni degli immigrati e di creare una rete on line di organizzazioni, che fosse in grado di offrire supporto concreto per i diversi problemi; una rete a cui gli immigrati possano rivolgersi senza ulteriori ostacoli burocratici.
Certo mi rendo perfettamente conto che il problema prioritario rimane quello dell’integrazione di queste persone nel nostro tessuto sociale, ma ritengo che anche in questo campo abbiamo portato avanti iniziative attente e rispettose delle diversità.
Sono convinto infatti che sia sbagliato parlare di integrazione se si pensa di poter annullare completamente il pensiero, la storia, la cultura e la religione dell’altro; integrarsi vuol dire innanzi tutto rispettarsi per quel che siamo e rappresentiamo, rispetto per la storia e le tradizioni di ogni persona e poi confronto nelle diversità che diventa arricchimento culturale.
Su questo abbiamo sicuramente fatto e continueremo a farlo un lavoro attendo e sotto traccia, che sono sicuro, darà i suoi frutti, grazie al lavoro primario delle Acli Colf e dei servizi.
Dobbiamo però essere coscienti che per facilitare l’inclusione e l’integrazione, è necessario lavorare in particolare sul piano culturale perché mi pare addirittura superfluo affermare che è nei momenti di difficoltà che emergono le paure più nascoste, che la paura dell’altro, del diverso si materializza con la paura stessa della crisi.
Ecco perché abbiamo scelto di impegnare il nostro sistema nella raccolta firme per la campagna “ L’Italia sono anch’io” con buoni risultati sia sul coinvolgimento delle nostre strutture e sia per il numero di firme raccolte.
UNA RIFORMA STRUTTURALE
Siamo chiamati però anche ad “essere artefici di democrazia e buona economia” ecco perché è necessario mettere mano alla nostra organizzazione, alle relazioni interne al nostro sistema e a ridefinire i compiti strategici di ogni elemento che lo compone.
Concentriamo la nostra attenzione a quelle che io ritengo le azioni più significative di questo secondo mandato, quelle azioni che hanno fortemente segnato il processo organizzativo, ma che hanno dato pure un indirizzo programmatico preciso in ambito associativo e politico.
Oggi credo che proprio il lavoro fatto in questi 4 anni, ci possa far dire con sicurezza quali siano, a nostro avviso, gli ambiti di azione del livello regionale del nostro sistema, il lavoro fatto ci ha permesso infatti di determinare funzioni specifiche al regionale, in una nuova logica di governo condivisa tra i diversi livelli territoriali.
A partire dalla
Quel giorno mi sembrava di avere davanti a me un tempo sufficientemente lungo, per cercare di meritare la fiducia che mi era stata concessa, ma i giorni passano velocemente e con i giorni gli anni per cui, dopo il passaggio del XI congresso di Asti con il successivo rinnovo del mio mandato, il mio tempo finisce qui oggi con questo Congresso, che oltre ad essere il momento della verifica e del rilancio programmatico per le Acli Piemontesi, rappresenta per me il termine di un percorso, il luogo in cui si misura senza più appelli, quanto io abbia saputo meritare la fiducia che mi era stata accordata.
Dico questo perché le verifiche che questo congresso deve fare, su quanto sia stato fatto e su quello che ancora si deve fare, sul raggiungimento o meno degli obiettivi che ci eravamo dati nella Conferenza Programmatica di metà mandato, diventano per me una verifica personale, del mio operato come Presidente, di come abbia saputo interpretare il mandato ricevuto.
Ma ogni verifica deve avere punti certi di confronto e di valutazione e questa verifica che ci apprestiamo a fare, per analizzare se e quanto abbiamo saputo interpretare i bisogni delle persone, quanto siamo stati capaci di stare loro vicino condividendone i timori e le aspettative, se abbiamo saputo mettere in campo servizi efficienti, e infine quanto siamo stati fedeli alla nostra appartenenza alla Chiesa del Cristo risorto interpretandone concretamente il mandato apostolico, assume, senza ombra di dubbio, come parametri di riferimento quelli evocati nel titolo del nostro Congresso, il messaggio di impegno civile e sociale in esso contenuto.
Esso ci richiama infatti alle nostre fedeltà originali, alla nostra missione fondativa, direi al motivo stesso della nostra esistenza come Movimento.
Siamo chiamati ad analizzare e a capire quello che ci sta attorno, la società in cui operiamo, a cercare soluzioni nuove e possibili, a mettere in campo, attraverso le diverse articolazioni del nostro Sistema aclista, soluzioni e proposte credibili, e infine siamo chiamati ad ottimizzare le risorse del nostro stesso sistema in una visione di società più equa e giusta.
UN PAESE DA RICOSTRUIRE
Se allora con questo orizzonte volgiamo la sguardo attorno a noi, a quanto sta capitando nel nostro Paese, alla situazione sociale e al tenore di vita dei cittadini, non possiamo che affermare che non siamo messi bene, che l’Italia sta attraversando un momento molto difficile e assai pericoloso, per le ricadute economiche e sociali che ne possono derivare non solo per l’oggi ma per un lungo periodo: siamo davvero in crisi.
Una crisi che parte da lontano, che è prevalentementedi origine finanziaria, che arriva da oltre oceano e travolge in poco tempo i mercati di tutto il mondo, con il crollo delle borse e il fallimento di importanti banche di affari;una crisi che invade anche i Paesi europei con conseguenze a volte drammatiche per intere popolazioni ( vedi Grecia).
Da noi la crisi arriva, forse, con un percorso più lento rispetto ad altri Paesi, le nostre banche reggono abbastanza bene l’urto del crollo dei titoli spazzatura, la ricchezza privata e il risparmio individuale consentono, almeno in una prima fase, di rallentarne l’impatto sull’economia reale,proprio questa diversitàha consentito al Governo Berlusconi di impegnare larga parte del suo tempo a rasserenare le persone, a dire che da noi tutto andava bene, che la crisi non ci avrebbe certo coinvolto in modo grave, anziché cominciare a lavorare per mettere in campo quelle misure preventive, quelle modifiche strutturali, che forse avrebbero potuto evitare il precipitare della nostra situazione economica, perdendo tempo prezioso.
Al culmine di una personale esaltazione, il nostro Premier non solo ha più volte negato l’esistenza di una crisi in Italia, ma si è impegnato a fondo nel suggerire agli italianicomportamenticonsumisticianziché di attenzione, ha sostenere con forza che l’Italia non si stava avviando verso un periodo difficile di recessione e che la crisi era frutto d’invenzione della sinistra, di una sinistra che non avendo argomenti e capacità per una opposizione politica, utilizzava lo strumento crisi al solo scopo di denigrare l’operato del Governo; quale sciagura!
Mentre da noi molti sceglievano di seguire e far proprie le ragionisostenute dal Governo Berlusconi, in altri Paesi si stavano già attuando misure utili ad attenuare l’impatto sull’economia, di quella crisi che avendo origini finanziarie, avrebbe finito per coinvolgere tutti gli Stati, compresi quelli europei.
Così è avvenuto e noi siamo stati colti completamente di impreparati, con un Governo che non potendo più negare, non era nemmeno più in condizione di proporre misure economiche, efficaci e credibili, in grado di fare argine allo tsunami economico e finanziario checi stava investendo.
Tutti sappiamo poi cosa è successo, con un crescendo davvero vorticoso, sono via via aumentate le difficoltà: la produzione ha preso velocemente a diminuire, la disoccupazione continuava ad aumentare, creando situazioni economiche al limite per molte famiglie, i consumi come logica conseguenza hanno iniziato a diminuire, e la domanda interna a iniziato il suo inarrestabile declino; avviando la pericolosa spirale negativa verso la recessione; per contro il differenziale tra titoli di stato tedeschi e italiani ha raggiunto e superato i 500 punti con un’insostenibile aumento degli interessi da pagare ai nostri finanziatori; a dicembre eravamo davvero a rischio con tutti i dati macro economici fortemente negativi, quasi come la Grecia; l’Europa continuava a sollecitare sempre nuovi interventi ad un Governo, incapace di agire, di trovare misure utili a fare argine, assente anche sul piano politico, direi in sintesi:un Governo in balia della crisi stessa e,avendola per molto tempo negata,incapace di uscirne.
Il nostro enorme debito pubblico ha fatto il resto e così siamo precipitati sull’orlo del baratro economico-finanziario, è andata completamente persa la nostra credibilità internazionale, siamo di fatto diventati inaffidabiliper gli altri stati membri,fino a diventare politicamente residuali.
A quel punto era chiaro quale era stato il prezzo pagato nel seguire la musa berlusconiana, ma era anche chiaro che non vi fosse altra soluzione credibile, pena il precipitare definitivamente in quel pericoloso buco nero, che la nascita di un Governo forte, guidato da una personalità stimata in Europa, in grado quindi di offrire valide garanzie e di recuperare la perduta credibilità.
Così nasce il Governo Monti, con queste difficili condizioni dell’economia e con un Paese che è ormai sfiduciato, nasce con il preciso intento di mettere in sicurezza il Paese e la sua economia, nasce con l’auspicio che finalmente vi fosse qualcunocapace si di mettere a posto i conti ma altresì in grado di agire in modo equo, distribuendoi pesi dei sacrifici, che erano sicuramente necessari, non solo sui soliti noti.
Ma mentre le misure messe in campo sono servite a riconquistare prestigio e credibilità politica in Europa e nel resto del mondo, sono servite a ridare fiducia ai mercati e a portare il Paese fuori dal rischio maggiore, l’equità è rimasta purtroppo ancora disattesa.
Infatti sia il decreto Salva Italia, che i successivi interventi del Governo ( liberalizzazioni, sistema pensionistico e mercato del lavoro), pesano ancora in modo preponderante sui redditi da lavoro e da pensione, vengono cioè ancora poco colpite le rendite e le caste.
La dichiarata equità che lo stesso Premier Monti ha più volte richiamato come maestra delle sue iniziative, non è stata sufficientemente messa in campo, si segnalano certamente iniziative tendenti a spostare le entrate fiscali dai redditi alle rendite, ma è ancora poca cosa, la stessa IMU, introdotta per colpire i patrimoni immobiliari, non essendo stata predisposta in misura progressiva legata al reddito, rischia di diventare, per molte famiglie a reddito fisso, un ulteriore salasso.
Non si può negare che le riforme andavano fatte, e quindi bene ha fatto il Governo a mettervi mano, sopperendo ad anni di inutili parole e mancate azioni, che hanno contribuito ad aggravare le condizioni strutturali del nostro Paese, ma guardando l’insieme dell’operato a me alcuni dubbi sono sorti e mi pare che qualche problema rimanga ancora.
Se guardiamo alla riforma del sistema previdenziale ad esempio, mi chiedo se davvero sono state esplorate tutte le strade per ridurne l’impatto sulle fasce più esposte, se si è tenuto sufficientemente in conto che la maggior parte dei nostri pensionati fatica ad arrivare a fine mese; si legge infatti nel secondo rapporto sulla coesione sociale a cura del Ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Istat, che dei 16 milioni e mezzo di pensionati al 31 dicembre 2010, ben il 49,5% percepisce un redito inferiore a 1000€ al mese e solo il 13% ha una pensione superiore ai 2000€, il resto sta tra i 1000 e i 2000 €.
Questa è la fotografia reale e quindi andava tenuta in conto quando si è scelta la strada della sterilizzazione dell’aumento inflattivo, magari alzando un po’ la soglia dei redditi esenti, perché 1400 € lordi si riducono a circa 1200 € netti, cioè quelli effettivamente spendibili, che mi pare siano davvero pochini per far vivere degnamente.
Vi sono poi nel testo alcune questioni che riguardano categorie particolari di utenti, persone reali, non soggetti astratti, rispetto alle quali nulla è detto, rispetto alle quale non vi è certezza alcuna; oggi che la nuova legge porta il minimo contributivo ai 20 anni, mi chiedo cosa succederà a tutte quelle persone chehanno pagato o erano autorizzate ai versamenti volontari entro il 1992, quando il minimo contributivo era di 15 anni, e ancora sempre in conseguenza all’ innalzamento dell’età pensionabilequale trattamento riceveranno gli invalidi all’80%, o i non vedenti, i precari gli iscritti all’ INDAP fino al 1992 e ancora i derogati dal Dgls 503 del 92 che con le norme precedentiavevano requisiti ridotti per l’accesso alla pensione;cosa succederà dei contributi versati senza raggiungere i previsti requisiti contributivi pari a 20 anni; infine come il Governo pensa di risolvere la questione degli “ esodati” brutto termine con il quale si definiscono tutte quelle persone, che in virtù di accordi aziendali o della mobilità, sono usciti anzi tempo dal mondo del lavoro e che oggi, essendo cambiati i termini di età per la pensione, rischiano di essere senza un reddito. Ecco questi sono esempi di partite ancora aperte e mi pare che non siano cosine da poco.
Vorrei chiudere questo capitolo evidenziando che vedo anche un problema legatoall’aumento generalizzatodell’età pensionabile; vi sono infatti lavori che pur non essendo considerati usuranti vengono definiti dalle stesse Imprese,“delicati” e “particolari”, non vorrei che, senza norme chiare di dissuasione, fossero le stesse imprese a scegliere di liberarsi di questi lavoratori, considerati troppo vecchi e inadeguati o improduttivi perché non più in grado di reggere ai “ritmi”, scegliendo la strada dell’emarginazione, oppure rimettendo in campo la vecchia strategia, peraltro mai totalmente abbandonata, dell’ incentivo a lasciare il lavoro.
Ecco perché mi chiedo se siamo davvero convinti che con questa riforma si siano riequilibrati i diritti intergenerazionali, che si sia messo in campo un sistema previdenziale equo e sostenibile nel tempo?
Ritengo che le questioni e gli interessi che attengono al sistema previdenziale avrebbero avuto bisogno di un tempo maggiore di confronto con le parti sociali e con i partiti, di una analisi completa e complessiva del sistema precedentemente in vigore unita all’analisi del mercato del lavoro, dei suoi sviluppi futuri.
Sono convinto che la riforma conclusa è un passo avanti e rappresenta una buona base da cui partire per rimettere a posto le questioni rimaste in sospeso, perché avendo in qualche modo messo in sicurezza il sistema, è possibileaffrontare inodi sospesi e, considerando anche il sistema integrativo, arrivare ad una riforma strutturale del sistema previdenziale condivisa ed equilibrata in tutte le sue parti.
Riguardo alle liberalizzazioni il testo proposto richiama alla memoria le famose “lenzuolate” dell’allora ministro Bersani, che se fossero state approvate avremmo guadagnato qualche anno, mi pare di poter affermare che dal testopresentato a quello approvato vi siano state modifiche per diminuirne l’impatto su alcune categorie, magari anche fortemente rappresentate in parlamento.
La vera questione riguarda l’obiettivo dichiarato di questa proposta e cioè la liberalizzazione del mercato e la semplificazione di norme e procedure; è stato raggiunto? Quali vantaggi portano a noi fruitori di quei servizi queste semplificazioni? Con questo intervento abbiamo davvero sburocratizzato il sistema?
Rimangono ancora le riflessioni sulla modifica del mercato del lavoro. Va riconosciuto che almeno in questo caso il Governo ha aperto un confronto serio con le parti sociali, infatti i risultati ottenuti sono stati sicuramente più articolati e rispondenti ai bisogni, dopo il confronto l’esecutivo ha fatto le sue scelte, senza considerare alcune richieste delle stesse parti sociali e ha scelto una strada che a mio avviso, ci stava portando allo scontro sociale.
Va detto in premessa che questa legge delega contiene cose interessanti e giuste, quali ad esempio le azioni volte a scoraggiare la firma in bianco delle dimissioni, il disincentivo ai contratti precari e l’incentivo all’apprendistato, ma altre questioni che erano all’ordine del giorno, per ammissione dello stesso ministro Fornero, quali la riduzione del numero dei contratti di lavoro che oggi sono una moltitudine, lo studio di un incentivo per far ripartire l’occupazione giovanile, il rilancio delle politiche del lavoro, per citare quelle che mi paiono le più significative, non hanno trovato soddisfazione.
Rimangono infatti utilizzabili tutti i contratti di lavoro, attraverso l’aumento dei costi si cerca di disincentivare i contratti a tempo, si propongono controlli più severi per smascherare l’utilizzo improprio delle partite iva, certamente cose anch’esse utili ma non sufficienti,ma la cosa che ritengo in assoluto più negativa è la totale mancanza di azioni che siano davvero in grado di far ripartire l’occupazione e favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
I dati che arrivano dall’Istat ci dicono di una disoccupazione che ha raggiunto il 9,3% con la perdita di altri 335 mila posti di lavoro nel 2011 e sappiamo che potrebbe non essere finita, basta guardare a cosa succede nel nostro territorio ogni giorno, crisi aziendali, trasferimento di intere aziende in paesi più competitivi, cassa integrazione e mobilità sono gli ammortizzatori sociali più usati, quelli che hanno finora impedito che scoppiasse il nostro tessuto sociale.
Nel disegno di legge del Governo vi è la proposta, che giudico positiva,di una nuova misura di disoccupazione(ASPI), che assorbirà gli ammortizzatori sociali oggi attivi, va detto che per fortuna questa volta il Ministro Fornero ha accettato di posticipare la definitiva entrata in vigore al 2017, altrimenti sarebbe stato davvero problematico far fronte alle continue crisi aziendali,che anche in questi primi tre mesi del 2012 sono andate aumentando, se avessimo avuto in campo solo ASPI.
Ma è la situazione dei nostri giovani, quelli compresi tra i 15 e i 24 anni, che rasenta davvero la drammaticità, siamo ormai alla soglia del 31% di disoccupati, e c’è da chiedersi quale futuro possa avere un paese in cui aumenta l’aspettativa di vita e si diventa sempre più vecchi, dove si nasce sempre di meno e dove i giovani attivi sono disoccupati in misura di 1 su 3 e dove a fronte dell’aumento dell’età pensionabile, non vi sono misure utili a trasformare il lavoro precario in lavoro stabile per i giovani.
Il nostro è un Pese sempre più a rischio di marginalità, un Paese destinato a scomparire ecco il perché dell’urgenza di politiche attive per il lavoro, in particolare di politiche in grado di offrire opportunità concrete e durature di lavoro ai giovani.
E’ qui che vorrei inserire una riflessione sulle modifiche proposte all’art 18, non solo per un personale coinvolgimento affettivo essendo stato uno di quelli che lottarono nel lontano 69/70 affinché fossero garantiti alcuni diritti ai lavoratori, ma perché mi chiedo se in momenti di continue crisi aziendali, la priorità fosse davvero l’art 18 della legge 300, e non già la messa in campo di misure utili a sostenere le imprese; se quella modifica non rappresentasse un TOTEM per la Confindustria e non per il sindacato, come invece si è voluto far credere.
Ma davvero qualcuno poteva credere seriamente che la maggiore flessibilità in uscita da sola, bastasse ad attrarre investimenti stranieri, a rimettere in moto la macchina produttiva nel nostro Paese, mi sembra davvero semplicistico, a me pare che i problemi erano e restano altri a partire dalla nostra poca capacità di essere attrattivi, dallacarenza cronica di infrastrutture per le industrie, da un sistema produttivo bloccato, dalla burocrazia amministrativa, dalla mancanza di una seria politica industriale e dalla poca ricerca; in poche parole non siamo competitivi; rimane una sola osservazione che ritendo valida ed è che questa riforma, così come era stata formulata, era necessaria per il mercati, al fine di dare un concreto segnale di cambiamento.
Per fortuna la politica ha fatto il suo mestiere, raggiungendo con il Governo un accordo, che certamente non è il massimo, ma che toglie veleno politico e in qualche modo attenua il disagio sociale, anche se, come succede in tutte le trattative, in questo accordo il PD, vero artefice di questa modifica, ha dovuto cedere qualcosa ad esempio sul tema della flessibilità in ingresso.
Rimane però un giudizio parzialmente negativo sull’intera modifica del mercato del lavoro, perché per dirla come Tito Boeri non facilita l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e di fatto non pone vincoli all’uso dei contratti temporanei, non prevedendone la trasformazione diretta in contratti definitivi.
Ecco perché mi auguro davvero che il Parlamento nella sua sovranità sia in grado di mettere ancora qualche tassello di equità nel disegno leggeche sarà, ci auguriamo in aula in tempi brevi.
Per chiudere questo capitolo, credo di poter dire che siamo tutti d’accordo con il quanto hanno detto a più riprese il ministro Fornero, il Premier Monti e lo stesso Presidente Napolitano e cioè che il che il problema vero è il lavoro che manca, che è necessario creare nuovi posti di lavoro, e ritengo che quella sia la sola ed unica via da perseguire se davvero vogliamo che il nostro Paese esca in modo concreto e presto da questa interminabile crisi.
E che il lavoro sia l’emergenza lo si percepisce anche nelle parole del cardinale Bagnasco Presidente della CEI, che dichiara nella sua prolusione: “mentre la crisi perdura, chiediamo che sollecitamente si avvii la fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. L’approccio finanziario, -prosegue il cardinale-, senza concreti e massicci piani industriali, sarebbe di ben corto respiro”.
Queste parole non hanno certo il senso di una condanna all’operato del Governo, ma pongono forte l’accento sulla necessità di andare oltre le misure di austerità e di mettere in gioco tutte le risorse disponibili per incentivare la ripartenza, unica vera strada di uscita dalla crisi.
Sono convinto, e magari mi sbaglio non essendo un professore, che se vogliamo davvero svoltare non basta la sola politica del rigore, ma diventa necessaria una polita di rilancio, ecco perché stiamo ancora aspettando la promessa fase due, quella cioè che dovrebbe far ripartire la macchina Paese.
In attesa quindi di questa svolta, il giudizio sull’operato del Governo non può che essere di sospensione, tra quanto di buono è stato fatto e quanto poteva essere migliore, tra l’apertura verso prospettive nuove e la mancanza di coraggio a spingersi oltre, tra i problemi strutturali risolti e la mancanza di una visione realistica: un giudizio quindi variabile come di segno variabile sono state le iniziative di questo Governo, ora positive ora no, ma in ogni caso ancora non si è affrontato il nodo vero: la creazione di lavoro.
Allora valutando quanto di buono è stato fatto, ma anche quanto permangano forti segni di sperequazione nelle misure adottate, attendendo una proposta per avviare la seconda fase quella della ripresa, mi verrebbe da dire che si ha l’impressione che questi nostri ministri, mantengano una visione del Paese, dei suoi problemi e delle possibili soluzioni, ricavata dai testi di economia e finanza e non tanto dall’attenta osservazione della realtà del Paese.
UNA CRISI STRUTTURALE
Ma sbaglia chi crede che la crisi dell’Italia sia solo economica, è a mio avviso una crisi di sistema, una crisi strutturale che mette in discussione le fondamenta stesse della nostra società, è una crisi sociale e di valori.
Oggi viviamo in una realtà caratterizzata da un forte individualismo. Contano troppo, e spesso prevalgono, gli interessi personali, i gruppi di potere, l’egoismo e l’apparenza. Viviamo in una società spezzata, dove non vi sono più, o sono in crisi,i legami sociali forti che abbiamo conosciuto e che erano capaci di tenere assieme il tessuto sociale. Tutto sembra disgregarsi sotto i colpi di una lotta per il potere, piccolo o grande che sia. Si cerca il vantaggio e l’utilità per se stessi, anche a scapito del bene comune.
La crescente disoccupazione che provoca una perdurante situazione di difficoltà di molte famiglie, (nel 2010 2.734.000 si trovavano in condizioni di povertà relativa cioè l’11% delle famiglie italiane), la perdita di dignità che ne consegue, l’incapacità di ricreare legami forti e la perdita di fiducia rappresentano efficacemente la mancanza di coesione sociale e il rifugio nell’individualismo.
Certo tutto questo viene aggravato dalla perdita di valori forti e condivisi, ecco a quale deriva ci ha portato questa crisi, nulla a più valore, solo io sono al centro e valgo, non conta più la società, la comunità rimane una mera chimera, un semplice retaggio ideologico, conta il bene personale, il dominio del proprio gruppo di potere o di interesse.
Possiamo affermare che il paese si va lentamente ma progressivamente disgregando a livello sociale ed economico.
La drammaticità della crisi economica ha creato le condizioni affinché si arrivasse a questo livello di diseguaglianza sociale, a far si che il divario tra ricchi e poveri stia aumentando ancora con l’aggravante che, per effetto della carenza di risorse economiche, sono venute a mancare quelle tutele e protezioni sociali, date da servizi pubblici, che almeno servivano a garantire un minimo di equità sociale.
Questa società fondata ormai sul personalismo, sull’io, dove conta il proprio interesse, sta diventando un crogiolo di disagio sociale forte che potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di più profondo.
Ecco che la crisi economica intrecciandosi in modo profondo nel nostro tessuto sociale provoca una crisi totaledi sistema, vanno in crisi le stesse radicidella nostra democrazia provocando conseguenze difficilmente misurabili.
E’ un Paese che sta scricchiolando dalle fondamenta, se va in crisi la democrazia, lo stesso sistema sociale di cui proprio la nostra Costituzione ne è garante, non abbiamo più certezze e non abbiamo più speranze su cui lavorare.
Come siamo giunti fino a questo punto? Cosa ha causato una situazione così complessa?
Abbiamo attraversato un Governo Berlusconi che ha determinato le basi di una simile caduta, sia a livello economico che a livello sociale, a mio avviso né è stato il principio anche il comportamento personale dell’allora Primo Ministro, ma certo non tutto si può scaricare, in termini di responsabilità su quel Governo e sul suo Premier.
C’è un intero sistema Paese che è andato in crisi, ogni categoria sociale ha progressivamente cominciato a disinteressarsi del pubblico e così gradualmente il germe del disinteresse sociale, è diventato la linfa che ha alimentato molte persone; per assurdo proprio nella crisi anziché unirsi, mettere assieme le risorse di ciascuno per uscirne bene tutti, è prevalso il si “salvi chi può”.
Abbiamo già detto che sul piano economico, nulla o poco ha fatto il governo Berlusconi e comunque quel che ha fatto lo ha fatto con colpevole ritardo, ma ho anche provato a spiegare, come a mio parere anche il Governo Monti sta battendo una strada in salita.
I dati del primo trimestre del 2012 ci dicono infatti che il nostro PIL continua ad essere negativo, siamo cioè tecnicamente in recessione, anche i dati economici non sono entusiasmanti: i consumi sono precipitati a livello del 1994, la produzione industriale continua a scendere, solo chi esporta cresce un po’, aumentano i disoccupati e crescono le famiglie a rischio di povertà. Una situazione che, pur se ci viene detto che verso fine 2012 dovrebbe migliorare, ci butta prepotentemente sul viso quanto sia irrimandabile mettere mano a politiche di crescita, a trovare con impegno risorse economiche da investire nel rilancio e a darci finalmente una seria e attenta politica economica.
Ecco cosa ci attendiamo dal Governo Monti, azioni rivolte alla crescita, a far partire questa nostra immobile economia; mi auguro che ormai l’abbiano capito anche i professori e tutti i fautori delle politiche di rigore, dentro e fuori dell’Italia, il solo rigore ci porterà ad una spirale depressiva perché senza la crescita avremo presto bisogno di altre manovre di tagli e tasse, che deprimeranno ulteriormente la domanda interna e i consumi, e così fino al rischio concreto della “disgregazione sociale”, come è successo in Grecia.
Bisogna mettere in campo idee e risorse per far ripartire l’economia, bisogna sostenere gli investimenti di quei pochi industriali che ancora credono nel loro Paese e hanno voglia di starci, bisogna mettere in campo una vera politica industriale, chiedendo anche alle banche di fare la loro parte avviando una seria politica di creditoa favore di imprese e famiglie, così da incentivare gli investimenti.
UNO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
Ma proprio questa crisi così radicale e di sistema, può in qualche modo esserci utile, aiutarci a capire come dobbiamo vivere, come dobbiamo utilizzare al meglio tutte le risorse, umane, economiche e sociali, di cui il nostro Paese è ancora ricco.
Sono convinto che quella che stiamo attraversando è anche una crisi profonda del nostro modello di sviluppo, abbiamo forse accentuato in modo colpevolmente eccessivo l’importanza della finanza, dei parametri economici, abbiamo scelto come giudice delle nostre politiche, delle nostre consuetudini “ il mercato” quasi che lo stesso non fosse fatto da uomini e da soggetti interessati, da speculatori senza scrupoli, pronti a scaricare sulla collettività i danni causati dai loro sporchi giochetti finanziari fatti al solo fine di arricchirsi, come è successo nel 2008.
Dobbiamo cambiare padrone, il santo Padre Giovanni Paolo II ci diceva “ che è il lavoro che è fatto per l’uomo e non viceversa” quasi ad anticipare con chiara visione profetica quanto sta accadendo oggi dove invece prevale l’economia, la redditività del capitale investito e l’uomo ne diventaunmerostrumentodiproduzione.
Ma anche Papa Benedetto XVInella sua Enciclica “ Caritas in Veritate” ci richiama ad una critica profonda del modello ipertecnologico e liberista.E lo fa a partire da un concetto che è il cuore della dottrina sociale cristiana: lo sviluppo umano integrale “cioè lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”.
E ancora sempre Papa Ratzinger scrive, parlando dell’importanza del lavoro “ un lavoro scelto liberamente, che associ i lavoratori allo sviluppo della comunità ; che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie, di scolarizzare i figli, un lavoro che lasci lo spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici”
Non possiamo noi cristiani prescindere dal credere che il centro verodel nostro operare sia quindi le persona, che sia utile e necessario pensare a politiche, a operazioni economiche e ha azioni sociali, finalizzate all’esclusivo benessere della comunità degli uomini.
Ecco allora, se vogliamo passare dalle intenzioni ai fatti, dalle dichiarazione all’azione concreta, che diventa necessario mettere in discussione il nostro modello di sviluppo, analizzandone sia gli aspetti economiche ma anche e soprattutto le ricadute sociali.
Non vorrei essere frainteso non sto pensando o suggerendo “ la decrescita felice”, credo, molto semplicemente che sia necessario cominciare a porsi delle domande sulle priorità vere del nostro Paese e provare a ridefinire la nostra strategia di crescita a partire dal loro soddisfacimento,probabilmente ci renderemmo conto,dopo una seria analisi, che cambiare modello di sviluppo è possibile, che le strade da percorrere non sono poi così stravaganti e che sono in grado di sviluppare economia positiva, di creare opportunità di lavoro e benefici duraturi,utili alla crescita del nostro sistema Paese.
Penso ad un nuovo modello di sviluppo che non rinunci alla crescita ma ne indirizzi i frutti verso un maggiore benessere, che crei opportunità di occupazione ma non a scapito dei diritti, che si fondi sul rispetto del territorio e più ingenerale dell’ambiente in cui viviamo, patrimonio non inesauribile, che produca una ricaduta sui territori non solo economica ma anche e soprattutto di maggiore sicurezza sociale.
E’ svilupposostenibile mettere in campo grandi opere che producano da subito un vantaggio alla comunità, quale ad esempio la messa in sicurezza del nostro territorio, la ricomposizione per quanto possibile, del grave dissesto geologico, provocato da una dissennata azione distruttiva orientata al recupero di territorio per l’edilizia; è sviluppo diverso lavorare per una mobilità sostenibile, investendo in ricerca per trovare fonti energetiche alternative, alimentando un sistema di trasporti che risponda alle reali esigenze della nostra gente; è sviluppo diverso incentivare, anche attraverso l’impiego di risorse pubbliche, quelle azioni che vadano nella direzione di prevenire possibili disastri strutturali e sociali; è ancora sviluppo sostenibile mettere in campo interventi di manutenzione alla nostra rete idrica allo scopo di recuperare almeno in parte l’enorme dispersione di acqua, dovuta all’ inefficienza delle condutture e della stessa gestione del servizio di fornitura.
Vorrei ricordare a questo proposito quanto detto dal cardinale Bagnasco nel suo intervento di apertura dei lavori della CEI ”bisogna però che si approfitti il più possibile di questa stagione, in cui si è costretti a dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare la lotta all’evasione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica”
LE RISORSE NECESSARIE
Certo vi è un problema di risorse economiche ma se si trovano i soldi per l’acquisto dei caccia F35, oppure per aumentare la rete autostradale, o per fare tunnel o ponti mega galattici, vuole dire che un po’ di risorse ci sono, diventa allora solo una questione di priorità, di scegliere cosa serve di più e cosa da maggiori benefici, al paese e ai suoi abitanti, e questo è il compito della politica.
Ma la politica va aiutata a scegliere, a fare bene il compito che noi elettori gli abbiamo assegnato, per evitare che potenti lobbyeconomiche ci anticipino e facciano prevalere il loro interesse che, non posso certo escluderlo a priori,in tempi lunghi potrebbe anche produrre un vantaggio per la comunità, ma che certamente non è la priorità in un momento difficile come quello che stiamo attraversando.
Ma personalmente credo che ci siano altre risorse che si possono recuperare per destinarle alle priorità del nostro paese, ad esempio riducendo in modo sensibile le spese militari, intervenendo in modo serio sui costi della politica, ma soprattutto con una sempre più mirata lotta all’evasione e alla corruzione.
Devo dire a ragion del vero che il nuovo Governo si sta impegnando in modo serio e convinto nella lotta all’evasione, con azioni concrete che mirano anche a dissuadere e con il non disprezzabile risultato di recuperare importanti risorse economiche.
In questa fase di assoluto bisogno di risorse, l’evasione non è da considerare solo un furto ma un vero crimine contro la società; le azioni di controllo e verifica messe in campo dalla Finanza e dall’Agenzia delle Entrate stano dando i loro frutti, segnando un vero record nel recupero di risorse evase.
Certo la piaga è profonda e diffusa e lo certifica la Corte dei Conti quando dichiara che abbiamo raggiunto e superato la soglia dei 100 miliardi evasi e personalmente ritengo che difronte ad un simile fenomeno, la sola azione repressiva, se pur utile e necessaria, non rappresenti la soluzione al problema.
Credo che questa passi attraverso una maggiore consapevolezza di tutti, che le tasse rappresentano un dovuto contributo per i servizi dello stato, quei servizi che poi vengono da tutti rivendicati, anche da chi non contribuisce a sostenerli, più si prende coscienza che la quantità e qualità dei servizi dipende da quanti soldi lo stato incassa con le tasse, più si diventerà portatori di messaggi positivi verso chi non paga e convinti sostenitori del “controllo popolare”, arma assai produttiva contro gli evasori.
Altra grave piaga, vero proprio cancro difficile da estirpare, è la corruzione, che attraversa tutte le categorie sociali e che brucia almeno un altro centinaio di miliardi di euro.
Riscontriamo che dal 1994, cioè da mani pulite ad oggi nulla è cambiato nel sistema delle corruttele, politici compiacenti, imprenditori senza scrupoli, affaristi vari, hanno saputo ricostruire sulle ceneri di quella inchiesta un sistema ancora più profondo, che mi pare che abbia oggi toccato livelli di sfrontatezza davvero inimmaginabili. Basta ricordare a questo proposito le parole che il cardinale Tettamanzi ha detto nel suo saluto a Milano “gli anni della così detta tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato nulla, visto che purtroppo la questione morale è sempre di attualità”
La legge contro la corruzione giace però in parlamento e nessuno ad oggi pare preoccuparsene concretamente, speriamo che venga presto rispolverata e approvata.
Quello però che appare certo è il persistere anche nei partiti di un modo almeno leggero di gestire le risorse loro assegnate con i rimborsi elettorali, e qui vedo due questioni altrettanto serie, la prima riguarda la modalità stessa dei rimborsi: come è infatti possibile che prendano i rimborsi elettorali partiti che non esistono più, e come è possibile che il differenziale tra le cifre rendicontate e quelle assegnate sia di 1,5 miliardi di euro?
La seconda questione è più delicata e preoccupante e riguarda la democrazia nel nostro Paese, infatti oggi, proprio gli scandali offrono alibi importanti a chi non vuole più partecipare al voto, è diffuso in larga parte della società il disappunto e la diffidenza verso i partiti, cioè verso quelle forme organizzate che dovrebbero rappresentare, in una democrazia matura, le istanze dei cittadini; se questo non capita più oppure se meno persone partecipano, che livello di democrazia potremmo raggiungere?
Bisogna riconoscere però che almeno su questo sembra vicina la definizione di nuove che dovrebbero rendere quanto meno più trasparente le gestione delle risorse economiche dei partiti.
Quindi quanto detto finora sta a dimostrare come sia possibile recuperare le risorse necessarie a fare investimenti utili alla crescita e se aggiungiamo ancora un taglio alle spese militari e i risparmi possibili con una riforma dello Stato, abbiamo sicuramente un buon gruzzolo.
Si tratta di capire come investire e se michiedeste cosa farei per avviare uno sviluppo diverso, più attento all’ambiente e alle persone, la risposta si articolerebbe proponendo interventi in grado di produrre valore aggiunto, cioè in gradodi dare lavoro, di mettere in sicurezza il territorio, e di produrre risparmi attraverso interventi di prevenzione.
Interventi quindi per rinforza gli argini dei fiumi, per mettere in sicurezza città e paese costruiti senza il minimo rispetto delle regole antisismiche, oppure per rinforzare o ricostruire abitazioni fatte di sabbia, ancora per contenerecolline e montagne a rischio di frane;interventi per mettere regole più stringenti per la sicurezza nei posti di lavoro; maggiori controlli nelle concessioni edilizie, e così ancora.
LE ACLI IN CAMPO
Ecco noi stiamo qui dentro, immersi in questa complessità in questo caos che offre però strade innovative per uscirne bene, per promuovere crescita “pulita e equa” per il nostro Paese.
Il nostro compito primario è quindi quello di leggere e interpretare, alla luce della reale situazione del nostro paese, il messaggio contenuto in quelle tre frasi del nostro titolo:
Rigenerare comunità, ricostruire il paese, le Acli artefici di democrazia e buona economia.
Mi piace leggere così quel titolo, provando a declinarne in modo concreto, le vie strategiche che dobbiamo percorrere, so bene che il messaggio vero sta proprio nell’insieme di quelle tre frasi ma vorrei provare e darne specifiche interpretazioni.
Intanto credo davvero che l’enfasi del titolo non sia solo il tentativo di creare iperboli letterarie, ma sia invece, come ho detto fin dall’inizio di questa relazione, il tentativo di rileggere le nostre fedeltà storiche alla luce della realtà sociale, politica ed economica di oggi.
Rigenerare comunità
Rigenerare comunità è sicuramente il primo messaggio chiaro che ci viene dato, siamo chiamati forti del nostro radicamento, della nostra fede nell’uomo e dell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, a fare il nostro lavoro di cristiani socialmente impegnati, ha portare il messaggio di liberazione a tutti gli uomini.
Oggi viviamo in una società spezzata dove i legami sociali sono andati distrutti o sono comunque affievoliti, esiste uno stato di bisogno che porta ciascuno a salvare se stesso e la sua famiglia, il valore della comunità, cioè del bene comune, del sentirsi parte di una storia umana più grande è molto affievolito, coperto e nascosto dai bisogni concreti, dalla mancanza di lavoro, dalla difficoltà di trovare aiuti e sostegno, magari anche solo un po’ di solidarietà; la povertà fa paura e mette in secondo piano tutto, valori e aspirazioni comprese.
Il nostro compito primario sta proprio nel farci carico dei problemi, cercando di sostenere chi li ha, di solidarizzare con chi ha bisogno e di essergli di aiuto concreto.
Questo diventa il “principio attivo” con cui deve muoversi tutto il nostro sistema, i servizi che sono in grado di offrire assistenza e aiuto, l’associazione che con interventi mirati, raccoglie e fa proprie le difficoltà generali e le trasforma in azioni di rivendicazione e di proposte verso la politica.
Questo siamo chiamati a fare, a far rigermogliare il seme della condivisione e della solidarietà, certi che non esiste una comunità se tutti non sanno farsi “ carico” dei problemi di ciascuno.
Ricostruire comunità, cioè costruire nuovamente, dal nuovo cioè da un messaggio che sappia ridare vigore allo stare assieme.
E chi più delle Acli può essere portatore di questo germe, noi che attraverso i nostri circoli, vantiamo un consolidato radicamento territoriale, noi che con i servizi abbiamo le professionalità per fornire aiuto e sostegno, noi che essendo presenti nei territori, noi che da seguaci del Cristo dell’Amore, possiamo davvero raccogliere i bisogni delle persone e farli nostri, portando un nuovo modo di essere presenti e di stare assieme.
Solo ricostruendo un forte spirito di condivisione e coesione, possiamo pensare di mettere in campo una azione di ricostruzione del Paese
Ricostruire il Paese
Un Paese che come ho cercato di spiegare, presenta evidenti segni di cedimento strutturale ma aimè anche sociale.
Certo che il compito è assai più complesso e passa attraverso azioni comuni con altri soggetti sociali.
Dobbiamo davvero mettere a disposizione della ricostruzione il nostro sapere e il nostro saper fare, dobbiamo lavorare innanzi tutto sul piano culturale verso i nostri concittadini e contemporaneamente, quel che possiamo, sul piano politico, per costruire una lobby sociale per far passare quelle strategie utili davvero al bene comune e quindi al bene del paese.
Dobbiamo studiare di più, ricercare strade nuove e idee efficaci per il rilancio, ma che siano sempre ancorate alla centralità delle persone, dobbiamo saper attendere e mettere in campo strategie, saper essere buoni mediatori se ve ne sono le condizioni, ma sempre rifuggendo da un vantaggio individuale a vantaggio del bene comune.
Così davvero interpreteremo in modo nuovo ma efficace il nostro essere fedeli al lavoro
Artefici di democrazia e buona economia
Le Acli sono sempre state Produttrici di democrazia, nei processi politici nazionali e sul territorio, ma dobbiamo pensarci un po’ di più come soggetti protagonisti della democrazia. Anche da noi dipende l’operare affinché ogni persona trovi un proprio spazio di espressione, gli venga concessa una opportunità piena di essere cittadino ascoltato e considerato, affinché la partecipazione, come strumento di democrazia reale, si definisca non solo attraverso l’esercizio del voto, ma anche con il diritto di scelta e di controllo.
Infine dobbiamo essere soggetti di buona economia, cioè di una economia che è ha servizio dell’uomo, dei suoi bisogni e delle sue necessità.
Non ci piace una economia che come quella di oggi, che diventa la stella cometa di ogni azione politica, che sfrutta l’ingegno umano per produrre benefici per pochi; credo che noi possiamo davvero dimostrare, attraverso un modo nuovo di fare impresa, cos’è la buona economia.
I nostri servizi e le nostre imprese sono da sempre sul confine tra opere sociali e attività produttive.
Tengono insieme due anime e due compiti: producono reddito e contemporaneamente danno alle persone servizi utili allo svolgimento del loro percorso di vita. Questo deve diventare un metodo diffuso.
Bisogna imparare che quel che conta è la persona e che è necessario educare tutti ad un vivere più sobrio, privilegiando quello che è indispensabile e prestando sempre più attenzione al territori e alla sua salvaguardia: in sintesi dobbiamo produrre più lavoro ma utile ad una crescita equilibrata.
Personalmente vedo le Acli come un organismo vivo e pulsante, dotato di un cuore aperto, pronto alle sollecitazioni esterne, a far proprie le problematiche del prossimo e a sostenere i diritti delle persone, con una mente attenta e pronta a cogliere le sollecitazioni del cuore, a cercare risposte e
offrire servizi ai bisogni della gente ma con le radici fortemente ancorate alla Parola di Dio, unica fonte inesauribile di risorse e di verità, che ci parla attraverso i nostri Pastori con la Dottrina Sociale.
LA REALTA’ DEL PIEMONTE
La nostra determinazione nel cercare di fare bene e fino in fondo il nostro mestiere di organizzazione di Promozione Sociale, ci chiede di partire proprio dalle nostre fedeltà, rilette e codificate attraverso il messaggio che ci porta questo congresso, di rileggere il lavoro che abbiamo fatto e soprattutto di definire le priorità e la strategie per quanto ancora dobbiamo fare, decisi come siamo stati e come siamo e saremo, di metterci al servizio della nostra Comunità.
Dobbiamo avviare una verifica approfondita del nostro operato, per capire quanto siamo stati coerenti al nostro mandato e per poter con maggiore incisività programmare il nostro futuro come Acli piemontesi.
Una attenta verifica deve partire da una analisi della realtà sociale ed economica che ci circonda analisi che ci fa capire che le difficoltà di cui ho parlato, sono fortemente presenti anche nel nostro Piemonte.
In particolare credo vada concentrata la nostra attenzione agli ambiti che attengono più da vicino la vita dei cittadini piemontesi e che più ci interrogano direttamente: lavoro, salute e sicurezza sociale.
Il consiglio regionale nei giorni scorsi a definitivamente approvato il nuovo piano sanitario che per i prossimi tre anni sarà la guida della sanità piemontese; è noto che l’approvazione è avvenuta con il solo voto contrario del PD e dei partiti minori di opposizione e con l’astensione di IDV e UDC, dico questo perché a mio parere rappresenta la stessa natura controversa del piano stesso.
Un piano che contiene cose interessanti e buone, e altre a mio avviso quanto meno poco chiare e soprattutto non esplicite, come ad esempio il trattamento della questione esuberi e spostamenti, che mi pare si diano quasi per scontate, senza mettere in conto le possibili difficoltà; oppure ancora la indeterminatezza di come saranno gestite le trasformazioni degli ospedali che sono previste nel piano, o come si pensa di aumentare l’efficienza dei servizi e diminuire le attese, e ancora come si farà a spostare interi reparti specialistici da un polo ospedaliero all’altro senza causare disagi ai pazienti; è proprio questa mancanza di certezze che ci fa chiedere se questo piano sia davvero la soluzione migliore non solo per le economie possibili, ma soprattutto per garantire la qualità dei servizi e la loro effettiva fruibilità?
Per dirla come l’assessore Monferrino. “ oggi si parte ma la riforma entrerà a regime fra tre anni”
E quindi il giudizio finale, par di capire sarà possibile solo allora, nel frattempo i pazienti continueranno a barcamenarsi tra lunghe code e servizi non sempre efficienti, come succede adesso.
Va comunque detto che il Piano sanitario resta finora, l’unica riforma strutturale portata a termine dalla Giunta Cota.
Rispetto al tema del welfare, dobbiamo registrare un taglio piuttosto consistente delle risorse destinate al capitolo dell’assistenza, taglio che ha trasversalmente colpito tutti i servizi: dal sostegno al reddito alle politiche di supporto al disagio, dagli aiuti alle famiglie in difficoltà ai servizi per gli anziani, l’unico welfare che resiste, anzi che certamente esiste, è quello famigliare.
Già da una nostra inchiesta del 2007 sul tempo di vita delle persone anziane, si registrava un evidente impegno della maggioranza degli intervistati, al sostegno del reddito delle famiglie dei figli prevalentemente attraverso la cura dei nipotini, oggi questo aiuto si è trasformato in vera azione di welfare globale: figli non più giovani che assistano genitori molto anziani e malati, genitori costretti da eventi esterni ad offrire ospitalità ai figli con famiglia, e altro ancora a secondo del bisogno che si concretizza.
Oggi quindi possiamo affermare con assoluta certezza che, nella nostra Regione al welfare pubblico si è affiancato, un welfare famigliare molto presente, che diventa sempre più prioritario e insostituibile, una azione fatta per necessità e non certo per scelta.
A questo si è arrivati per il combinarsi di due fattori, tra l’altro abbondantemente prevedibili, l’aumento delle persone anziane e la contrazione di nascite che ha accelerato l’invecchiamento della nostra società e la grave crisi occupazionale che ha prodotto danni economici alle famiglie; se a questo si aggiunte una riduzione delle risorse destinate dal pubblico all’assistenza, si capisce la qualità del dramma che vivono alcune famiglie piemontesi.
Sempre di più nei colloqui con le assistenti sociali si rischia di sentirsi dire che i parametri di reddito e di salute della persona non sono più elementi sufficienti per esigere il diritto, che i servizi vengono erogati fino ad esaurimento delle risorse economiche, a partire dalle situazioni più disperate.
Par di capire quindi che anche se non è diminuito il numero delle prestazioni, sono di fatto modificati i parametri di accesso, in modo da far diminuire il numero totale delle prestazioni realmente garantite.
In sostanza se fino all’anno scorso con 1000 € di reddito avevi diritto ad una prestazione parzialmente a carico dell’assistenza, oggi sei ricco e non hai più questo diritto.
L’Ultimo capito che vorrei affrontare riguarda il lavoro, l’ ho lasciato per ultimo perché credo che sia davvero il problema dei problemi.
In Piemonte ancora a febbraio vi è stato un consistente aumento di ore di cassa integrazione ordinaria autorizzata, si è passato in un anno da 2 a 5 milioni di ore, in questo dato ovviamente la parte del leone la fa Torino con la vicenda Fiat; le imprese della nostra regione continuano a perdere produzione salvo quelle che lavorano per esportare; la chiusura di molti stabilimenti porta alla considerazione che la capacità produttiva degli stessi si è ridotta di 2/3, e nonostante previsioni meno nere per la fine del 2012, le crisi aziendali sono continuate anche nel mese di marzo ( caso De Tommaso o INDESIT) e rischiano di far esplodere ulteriormente le richieste di cassa, il mercato piemontese è fermo e la domanda interna è praticamente al palo.
Questo è il quadro di una realtà in forte difficoltà, è il quadro rispetto al quale la politica, deve cercare le risposte, deve provare a mettere in campo una proposta credibile, coinvolgere l’imprenditoria, le banche e i sindacati, per elaborare assieme una scommessa di rilancio produttivo.
Su questo per ora la Giunta non ha ancora un piano di azione, viaggia affrontando di volta in volta le diverse crisi aziendali senza avere una strategia complessiva.
Tutto questo ricade pesantemente sulle persone e sulle famiglie, procurando un diffuso malessere sociale, figlio di precarietà vissute come ingiustizie e senza il conforto di un minimo di solidarietà; in una realtà così depressa è assai difficile poter parlare di coesione sociale, sono saltati i legami fondamentali, dati dal rapporto continuo con gli altri ed è saltata la sicurezza economica che permetteva un minimo di serenità.
Ecco credo veramente che ben pochi abbiano preso sul serio il rischio della disgregazione sociale che né poteva derivare, e anche questo ha certamente contribuito a far sentire tutti un po’ più soli e disperati.
LE ACLI IN PIEMONTE
E’ dentro questo quadro che dobbiamo dare senso al nostro impegno, è dentro questa pesante crisi che abbiamo cercato di muoverci provando a fare la nostra parte.
Abbiamo lavorato nella crisi, tentando di legare le nostre azioni sia ai bisogni delle persone che alle oggettive situazioni di difficoltà dei territori, utilizzando appieno le risorse del nostro sistema.
Proverò quindi a tracciare sinteticamente alcune azioni che ritengo siano state importanti e significative, saranno domani Massimo e Mario con il loro intervento, a spiegare in modo dettagliato il nostro operato, offrendovi un quadro assai più completo.
Abbiamo promosso la campagna Acli Contro la crisi, non perché ritenevamo di essere in grado di dare risposte risolutive alla stessa, ma perché ci siamo resi conto che le conseguenze ricadevano su una platea ampia e diversificata, che andava ingrossandosi ad ogni crisi aziendale coinvolgendo sempre più persone a digiuno dei propri diritti esigibili e totalmente frastornate davanti alle procedure amministrative da seguire.
Da qui nasce l’idea della campagna, una campagna che aveva l’obiettivo prioritario di informare tutti e ciascuno si trovasse in difficoltà, che metteva a disposizione delle persone i nostri servizi in un’opera di consulenza o di prestatore d’opera, a seconda delle situazioni.
Abbiamo lavorato quindi per costruire una guida, anche con il supporto dell’assessorato regionale al welfare, dove abbiamo sintetizzato le norme che riguardavano i sostegni messi in campo dalla Regione e tutti i servizi che noi stessi eravamo in grado di dare.
Questa guida è stata trasmessa agli operatori dei servizi, e cosa molto importante, ai nostri circoli con l’idea di farli diventare veri strumenti informativi sul territorio, utilizzando appieno il loro radicamento e la loro capacità di relazione con tutte le persone.
Il lavoro fatto a visto ovviamente la partecipazione di tutto il sistema delle nostre Acli, anche se il risultato è stato forse un po’ sotto le nostre aspettative.
Abbiamo potuto constatare che le difficoltà ad entrare in relazione con chi ha problemi sono importanti, che la metodologia adottata per favorire la diffusione era insufficiente, che era necessario mettere in campo una strategia più efficace se volevamo arrivare a molte persone.
Preso atto delle difficoltà, visto però che l’idea era decisamente valida, come ci avevano detto le persone che l’avevano conosciuta, abbiamo lavorato a fondo assieme al Patronato per studiare strategie nuove e più efficaci, per capire quali fossero le soluzioni alle difficoltà riscontrate, così nasce il progetto denominato “ il coordinamento di sistema attraverso una rete territoriale al servizio di una nuova economia sociale”
Il progetto, finanziato dalla presidenza nazionale del patronato, ha proprio l’obiettivo di mettere in campo una azione più determinata e mirata alla creazione di figure di animatori sociali di territorio e centri di ascolto, che hanno l’obiettivo di diventare riferimento delle persone, il progetto inoltre ha estensione extra territoriale e coinvolge sia la valle d’Aosta che la Liguria, nel tentativo di creare una vera ed estesa rete di protezione sociale e di informazione permanente.
Chiaramente oggi il progetto è nella sua fase di diffusione, non si è ancora affrontato il nodo nè della formazione dei volontari nè dell’organizzazione e diffusione dei Centri di ascolto perché sono arrivati i congressi e il lavoro si è fermato; ritengo però che sarebbe davvero un grosso errore non completare l’iter progettuale, pertanto mi auguro che la futura classe dirigente che uscirà da questo congresso, abbia la determinazione necessaria per concludere il percorso.
La seconda campagna promossa ha riguardato il tema Lavoro.
Dico subito che anche questa è stata una campagna nata dalla sollecitazione di due fatti molto significativi per noi: da un lato la crisi dei rapporti sindacali dall’altra la situazione difficile della Fiat Mirafiori e le possibili ripercussioni che avrebbero portato a conseguenze davvero disastrose per Torino e il Piemonte.
La campagna ha avuto inizio con l’appuntamento di maggio 2011, quando in piena crisi dei rapporti sindacati, conseguente all’approvazione anche a Mirafiori del piano Marchionne, e in vista del referendum alla Bertone, abbiamo chiamato i tre segretari di Fim, Fiom e Uilm, a confrontarsi sul futuro di Torino, in una visione ovviamente che provasse ad andare oltre.
L’idea era che ha partire da quel seminario fosse possibile ricercare assieme ai sindacati e a altre organizzazioni sociali che fossero interessate, strade per aprire un serio confronto e una riflessione che portasse ad una proposta credibile, condivisa da un ampio schieramento sociale, di nuovo sviluppo per la nostra regione.
Su questa seconda parte abbiamo decisamente rallentato, non tanto per nostra scelta quanto per la necessità di ricercare strade diverse di fronte ad una dichiarata difficoltà delle organizzazioni sindacali, ad aprire un confronto con noi sui temi del lavoro: forse non siamo riusciti a farci intendere, forse abbiamo sbagliato i tempi, fatto è che dovremmo cercare altre modalità per arrivare ad una proposta sul tema dello sviluppo. Ritengo che sia irrinunciabile oggi, di fronte alla grave crisi di prospettiva, alzare l’asticella dei nostri interventi, non basta infatti soltanto la difesa dell’esistente, bisogna avere coraggio di assumersi la responsabilità di fare proposte che siano in grado di mettere in campo un nuovo e diverso sviluppo per il Piemonte, magari a partire dalla mobilità sostenibile, o da un vigoroso impegno per il rilancio delle energie alternative, o dal riassesto del sistema idrogeologico della nostra regione.
Ma anche su questo sarà la futura classe dirigente a fare le opportune scelte, io credo che il congresso debba mettere però al centro del prossimo impegno per le Acli Piemonte anche il tema dello sviluppo.
L’ultimo capitolo è relativo al welfare, ambito in cui nel rispetto del piano sociale quadriennale che era stato approvato dal nostro consiglio regionale, abbiamo promosso azioni, che ritengo di significativa importanza.
La prima è stata rivolta alla fascia dei giovani adulti cioè quelle persone in età compresa tra i 25 e i 45 anni, che subiscono gli effetti di ritorno eo diretti della crisi economica.
Abbiamo condotto una inchiesta conclusa qualche mese fa, somministrando questionari in 4 province e proprio in questi giorni è arrivata l’elaborazione dei dati raccolti, di cui Raffaella Dispenza vi darà un primo resoconto; questi dati serviranno proprio per decidere quali azioni politiche mettere in atti e quali servizi promuovere per essere di supporto a queste persone.
La seconda linea di intervento ha riguardato i nostri concittadini immigrati, attraverso il contatto diretto ai nostri sportelli e con l’aiuto delle altre organizzazioni che lavorano sul campo, si è cercato di attivare servizi rispondenti ai bisogni degli immigrati e di creare una rete on line di organizzazioni, che fosse in grado di offrire supporto concreto per i diversi problemi; una rete a cui gli immigrati possano rivolgersi senza ulteriori ostacoli burocratici.
Certo mi rendo perfettamente conto che il problema prioritario rimane quello dell’integrazione di queste persone nel nostro tessuto sociale, ma ritengo che anche in questo campo abbiamo portato avanti iniziative attente e rispettose delle diversità.
Sono convinto infatti che sia sbagliato parlare di integrazione se si pensa di poter annullare completamente il pensiero, la storia, la cultura e la religione dell’altro; integrarsi vuol dire innanzi tutto rispettarsi per quel che siamo e rappresentiamo, rispetto per la storia e le tradizioni di ogni persona e poi confronto nelle diversità che diventa arricchimento culturale.
Su questo abbiamo sicuramente fatto e continueremo a farlo un lavoro attendo e sotto traccia, che sono sicuro, darà i suoi frutti, grazie al lavoro primario delle Acli Colf e dei servizi.
Dobbiamo però essere coscienti che per facilitare l’inclusione e l’integrazione, è necessario lavorare in particolare sul piano culturale perché mi pare addirittura superfluo affermare che è nei momenti di difficoltà che emergono le paure più nascoste, che la paura dell’altro, del diverso si materializza con la paura stessa della crisi.
Ecco perché abbiamo scelto di impegnare il nostro sistema nella raccolta firme per la campagna “ L’Italia sono anch’io” con buoni risultati sia sul coinvolgimento delle nostre strutture e sia per il numero di firme raccolte.
UNA RIFORMA STRUTTURALE
Siamo chiamati però anche ad “essere artefici di democrazia e buona economia” ecco perché è necessario mettere mano alla nostra organizzazione, alle relazioni interne al nostro sistema e a ridefinire i compiti strategici di ogni elemento che lo compone.
Concentriamo la nostra attenzione a quelle che io ritengo le azioni più significative di questo secondo mandato, quelle azioni che hanno fortemente segnato il processo organizzativo, ma che hanno dato pure un indirizzo programmatico preciso in ambito associativo e politico.
Oggi credo che proprio il lavoro fatto in questi 4 anni, ci possa far dire con sicurezza quali siano, a nostro avviso, gli ambiti di azione del livello regionale del nostro sistema, il lavoro fatto ci ha permesso infatti di determinare funzioni specifiche al regionale, in una nuova logica di governo condivisa tra i diversi livelli territoriali.
A partire dalla
Notizie 09 Maggio 07.14
Nata da un Progetto del Servizio Comunicazione e del Servizio Pari Opportunità di EnAIP Piemonte. Venti manifesti pubblicitari frutto della creatività di studenti iscritti ai corsi di formazione professionale dei Centri Servizi Formativi EnAIP del Piemonte, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne. Secondo un’Indagine Istat su un campione di 25 mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate su tutto il territorio nazionale dal gennaio all’ottobre 2006, sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita. 1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni. 2 milioni 77 mila donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking) e 7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica.
Alla luce di questi dati EnAIP Piemonte ha scelto di non rimanere indifferente e di indire un Graphic Contest aperto a tutti gli studenti (a.f 2011-2012), cui hanno partecipato in 160, chiedendo loro di realizzare un manifesto pubblicitario contro la violenza sulle donne, che mettesse in luce l’importanza della prevenzione, con immagini e testi originali.
Il Tour della mostra, che si concluderà il 31 marzo 2013, toccherà 13 location del Piemonte (Borgomanero, Grugliasco, Oleggio, Arona, Rivoli, Torino, Domodossola, Biella, Borgosesia, Novara, Settimo, Nichelino, Acqui Terme), ospitata presso i CSF EnAIP o in strutture pubbliche o private, secondo un calendario work in progress.
Seguitela su www.enaip.piemonte.it
Alla luce di questi dati EnAIP Piemonte ha scelto di non rimanere indifferente e di indire un Graphic Contest aperto a tutti gli studenti (a.f 2011-2012), cui hanno partecipato in 160, chiedendo loro di realizzare un manifesto pubblicitario contro la violenza sulle donne, che mettesse in luce l’importanza della prevenzione, con immagini e testi originali.
Il Tour della mostra, che si concluderà il 31 marzo 2013, toccherà 13 location del Piemonte (Borgomanero, Grugliasco, Oleggio, Arona, Rivoli, Torino, Domodossola, Biella, Borgosesia, Novara, Settimo, Nichelino, Acqui Terme), ospitata presso i CSF EnAIP o in strutture pubbliche o private, secondo un calendario work in progress.
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Notizie 30 Apr 17.58
Premessa
- Le aree e gli orientamenti programmatici sono proposti a partire dal nostro Congresso (relazioni, dibattito e mozione finale)
- La programmazione più precisa da sviluppare in Presidenza Regionale e dal confronto con le Presidenze Provinciali
Le aree e gli orientamenti programmatici per i prossimi 4 anni
- LAVORO
Incontri formativi specifici (la Riforma del Mercato del Lavoro, tipologie aziendali e modalità contrattuali...)
Azione politica Regionale, confronto e sinergia con altri interlocutori sociali (Sindacati, Forum Terzo Settore, Associazioni laicali, Rappresentanze datoriali...)
- WELFARE
Assistenza e sanità (analisi ed effetti del Piano Socio-sanitario Regionale...in generale e per le nostre esperienze associative e cooperative)
Immigrazione (nostro ruolo politico e associativo...in generale e per le esperienze nel nostro Sistema...ACLI Colf, Patronato, EnAIP...)

- FORMAZIONE
In generale
Incontri socio-politici tematici
Incontri Vita cristiana
...avendo come filo rosso che lega le esperienze formative il tema della fraternità...
Alcune specificità
Servizio Civile Volontario Promotori Sociali
- SVILUPPO ASSOCIATIVO SISTEMA ACLI
Assistenza alle strutture di base ACLI (adempimenti normativi, legislativi, fiscali...)
Modalità aggregative sul territorio (Circoli storici e nuove associazioni affiliate, nuove modalità aggregative giovanili, proposta associativa a partire dai Servizi e dalle Imprese del nostro Sistema)
Integrazione associativa con le associazioni specifiche e professionali (confronto, sostegno, iniziative comuni...politiche integrate di sviluppo associativo)---ACLI-Colf, CTA, FAP ACLI e US ACLI
Albo Promotori Sociali (coordinamento, sostegno e sviluppo della nostra azione volontaria)
- GIOVANI E GIOVANI-ADULTI
Ricerca Regionale “Da Consumatori a consumati”
Nuove modalità aggregative giovanili (es. GAS, gruppi tematici...)
- IMPRESE E SERVIZI
Funzionamento organi: Patronato (Comitato Direttivo Regionale e Presidenza Regionale) e EnAIP (Assemblea soci e CdA)
Maggior Coordinamento Regionale delle nostre Imprese e Servizi (comprese le nostre Acli Service)
- AMMINISTRAZIONE
Monitoraggio costante amministrativo (sostenibilità economica e proposta associativa)
Ricerca costante di nuove attività nel nostro Sistema per nuove entrate economiche (nuovi settori, Progetti...), in sinergia con le competenze presenti nelle Province
- POLITICA
Presenza politica nei Tavoli Regionali, a partire dal nostro specifico (lavoro, welfare, sport, turismo...)
Sostegno e coinvolgimento alle campagne sulle tematiche sociali (es. Taglia le ali alle armi; tematiche ambientali...)
Confronto interno seminariale sulla situazione politica odierna e sui possibili scenari futuri nel nostro Paese

Le modalità organizzative
- Centralità del territorio (lavoro nelle Province)
Sostegno e supporto regionale alle Province nella progettualità e operatività (nei diversi ambiti del nostro Sistema)
Coordinamenti e gruppi di lavoro regionali itineranti (es. Sviluppo Associativo Sistema ACLI...)
Incontri di formazione regionali itineranti
- Ruolo degli organi regionali del nostro Sistema (Consiglio regionale e componenti di Presidenza ACLI, CdA e Assemblea soci EnAIP, Comitato e Presidenza Regionale Patronato...)
Deleghe politiche e corresponsabilità (a partire dalle proprie competenze e sensibilità)
Lavoro integrato fra le diverse responsabilità politiche (es. Formazione e Sviluppo Associativo)
Lavoro integrato fra Responsabilità politiche e tecniche (chiarezza dei ruoli) Costituzione delle ACLI Colf e della FAP ACLI a livello regionale
- Incontri Interregionali di confronto e progettazione comune (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta)...es. ACLI contro la crisi
- Rapporti esterni al nostro Sistema Istituzionali a livello regionale Forum Terzo Settore Piemontese Sindacati Regionali
Ecclesiali (UPSL, Consulta delle associazioni laicali...)
Ricerca di confronto e iniziative comuni con altre associazioni laicali presenti nella nostra Regione
(es Corsi estivi Interassociativi di Torino)
- Maggior coordinamento sugli strumenti di comunicazione interna al nostro Sistema (es. Sito internet, Ufficio Stampa...)
Conclusioni
- - -
Investimento di risorse umane dalle Province...riconoscere un ruolo politico organizzativo al Regionale.
Giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento dei gruppi dirigenti e delle iniziative associative a livello regionale
Unità e coesione della nostra Regione (fra noi tutti e rispetto agli altri...a partire dal prossimo Congresso Nazionale)
- Le aree e gli orientamenti programmatici sono proposti a partire dal nostro Congresso (relazioni, dibattito e mozione finale)
- La programmazione più precisa da sviluppare in Presidenza Regionale e dal confronto con le Presidenze Provinciali
Le aree e gli orientamenti programmatici per i prossimi 4 anni
- LAVORO
Incontri formativi specifici (la Riforma del Mercato del Lavoro, tipologie aziendali e modalità contrattuali...)
Azione politica Regionale, confronto e sinergia con altri interlocutori sociali (Sindacati, Forum Terzo Settore, Associazioni laicali, Rappresentanze datoriali...)
- WELFARE
Assistenza e sanità (analisi ed effetti del Piano Socio-sanitario Regionale...in generale e per le nostre esperienze associative e cooperative)
Immigrazione (nostro ruolo politico e associativo...in generale e per le esperienze nel nostro Sistema...ACLI Colf, Patronato, EnAIP...)

- FORMAZIONE
In generale
Incontri socio-politici tematici
Incontri Vita cristiana
...avendo come filo rosso che lega le esperienze formative il tema della fraternità...
Alcune specificità
Servizio Civile Volontario Promotori Sociali
- SVILUPPO ASSOCIATIVO SISTEMA ACLI
Assistenza alle strutture di base ACLI (adempimenti normativi, legislativi, fiscali...)
Modalità aggregative sul territorio (Circoli storici e nuove associazioni affiliate, nuove modalità aggregative giovanili, proposta associativa a partire dai Servizi e dalle Imprese del nostro Sistema)
Integrazione associativa con le associazioni specifiche e professionali (confronto, sostegno, iniziative comuni...politiche integrate di sviluppo associativo)---ACLI-Colf, CTA, FAP ACLI e US ACLI
Albo Promotori Sociali (coordinamento, sostegno e sviluppo della nostra azione volontaria)
- GIOVANI E GIOVANI-ADULTI
Ricerca Regionale “Da Consumatori a consumati”
Nuove modalità aggregative giovanili (es. GAS, gruppi tematici...)
- IMPRESE E SERVIZI
Funzionamento organi: Patronato (Comitato Direttivo Regionale e Presidenza Regionale) e EnAIP (Assemblea soci e CdA)
Maggior Coordinamento Regionale delle nostre Imprese e Servizi (comprese le nostre Acli Service)
- AMMINISTRAZIONE
Monitoraggio costante amministrativo (sostenibilità economica e proposta associativa)
Ricerca costante di nuove attività nel nostro Sistema per nuove entrate economiche (nuovi settori, Progetti...), in sinergia con le competenze presenti nelle Province
- POLITICA
Presenza politica nei Tavoli Regionali, a partire dal nostro specifico (lavoro, welfare, sport, turismo...)
Sostegno e coinvolgimento alle campagne sulle tematiche sociali (es. Taglia le ali alle armi; tematiche ambientali...)
Confronto interno seminariale sulla situazione politica odierna e sui possibili scenari futuri nel nostro Paese

Le modalità organizzative
- Centralità del territorio (lavoro nelle Province)
Sostegno e supporto regionale alle Province nella progettualità e operatività (nei diversi ambiti del nostro Sistema)
Coordinamenti e gruppi di lavoro regionali itineranti (es. Sviluppo Associativo Sistema ACLI...)
Incontri di formazione regionali itineranti
- Ruolo degli organi regionali del nostro Sistema (Consiglio regionale e componenti di Presidenza ACLI, CdA e Assemblea soci EnAIP, Comitato e Presidenza Regionale Patronato...)
Deleghe politiche e corresponsabilità (a partire dalle proprie competenze e sensibilità)
Lavoro integrato fra le diverse responsabilità politiche (es. Formazione e Sviluppo Associativo)
Lavoro integrato fra Responsabilità politiche e tecniche (chiarezza dei ruoli) Costituzione delle ACLI Colf e della FAP ACLI a livello regionale
- Incontri Interregionali di confronto e progettazione comune (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta)...es. ACLI contro la crisi
- Rapporti esterni al nostro Sistema Istituzionali a livello regionale Forum Terzo Settore Piemontese Sindacati Regionali
Ecclesiali (UPSL, Consulta delle associazioni laicali...)
Ricerca di confronto e iniziative comuni con altre associazioni laicali presenti nella nostra Regione
(es Corsi estivi Interassociativi di Torino)
- Maggior coordinamento sugli strumenti di comunicazione interna al nostro Sistema (es. Sito internet, Ufficio Stampa...)
Conclusioni
- - -
Investimento di risorse umane dalle Province...riconoscere un ruolo politico organizzativo al Regionale.
Giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento dei gruppi dirigenti e delle iniziative associative a livello regionale
Unità e coesione della nostra Regione (fra noi tutti e rispetto agli altri...a partire dal prossimo Congresso Nazionale)
Notizie 30 Apr 17.53
PRESIDENZA REGIONALE ACLI PIEMONTE
Eletta nel Consiglio Regionale ACLI Piemonte
Giovedì 26 aprile 2012 – Sala “L.Labor” V. Juvarra, 16/a a Torino
Eletta nel Consiglio Regionale ACLI Piemonte
Giovedì 26 aprile 2012 – Sala “L.Labor” V. Juvarra, 16/a a Torino
Componenti eletti
TARASCO Massimo---------------------PRESIDENTE REGIONALE ACLI (Torino) Presidente Regionale Patronato Lavoro Comunicazione (ad interim)
TRETOLA Mario-------------------------VicePresidente Regionale ACLI (Cuneo) Formazione Pace e Stili di vita
ARDIZIO Mara---------------------------Sviluppo Associativo Sistema ACLI (Novara)
FERRATO Claudio-----------------------Politiche per la Terza Età (Verbano Cusio Ossola)
GRASSI Daniela-------------------------Welfare (Assistenza e Sanità; Immigrazione) (Asti)
LINGUA Elio------------------------------VicePresidente Delegato Regionale Patronato (Cuneo)
MAGLIANO Liliana---------------------Amministrazione (Torino) Risorse ambientali e sostenibilità
MASSIGLIA Fabio-----------------------Giovani e giovani-adulti (Alessandria)

PRETTI Michele-------------------------Vita cristiana (Vercelli)
SCALONE Luca---------------------------Dialogo Interassociativo (Biella)
Presenti Di Diritto
- COSTERO Fausto (VicePresidente Regionale Unione Sportiva ACLI) (Torino)
- POLLA MATTIOT Gabriele (Presidente Regionale Centro Turistico ACLI) (Cuneo)
Invitati permanenti
- MALANCA Laura (Referente Regionale ACLI Colf) (Torino)
- SOGNO Luca (Presidente EnAIP Piemonte) (Vercelli)
Notizie 20 Apr 06.46
Approvato dalle delegate e dai delegati riuniti presso il Centro Congressi Europa - Novara il 14 e 15 aprile 2012
Le delegate e i delegati del XII Congresso delle ACLI del Piemonte condividono, fanno proprie e assumono come impegni per il prossimo quadriennio i contenuti della Relazione del Presidente Regionale, della Relazione Organizzativa e degli elementi emersi dal dibattito.
La crisi globale di sistema che stiamo vivendo e che colpisce tutto l’occidente ed in particolare l’Europa mette radicalmente in discussione il nostro modello di sviluppo. Una crisi che richiede una radicale conversione ed un ripensamento complessivo non solo economico, che metta al centro una strategia di sviluppo globale dell’intero pianeta. L’idea è che tutte le persone abbiano alcuni diritti fondamentali semplicemente in virtù della loro umanità e che sia un dovere basilare delle società rispettare e sostenere tali diritti. Le logiche e scelte alternative non sono insensate, insostenibili e impossibili. Anzi, è ormai chiaro che irresponsabile è pensare di continuare così, mentre è responsabile e propriamente realista l’atteggiamento di quanti si impegnano per una trasformazione strutturale dell’economia e del suo falso ordine globale.
Nessuna situazione di crisi può assopire l’importanza di tornare a parlare di pace, di soluzione nonviolenta dei conflitti, di diplomazie politiche contro le soluzioni belliche.
Le ACLI, in ragione della loro storia, possono e devono dare il loro contributo per trovare soluzioni eque e innovative all’attuale situazione operando nei territori, attraverso la loro presenza capillare ed i loro circoli, promuovendo economia civile, attraverso le diverse esperienze di economia che compongono il sistema ACLI e, essendo un laboratorio di pensiero, per ridare senso ad una politica sempre più lontana dalla reale esigenze delle persone.
In particolare le ACLI del Piemonte sono convinte che per svolgere il ruolo che ad esse è affidato all’interno dell’esperienza associativa di cui fanno parte sia fondamentale:
continuare a porre al centro della propria azione la dimensione formativa, fondandola sul dialogo, l’ascolto e la capacità di riconoscere l’altro
promuovere un’idea di organizzazione capace di aprire spazi di confronto, valutazione e esercizio di democrazia
riscoprire l’importanza di condividere percorsi di vita cristiana
essere maggiormente incisivi e presenti politicamente sulle tematiche del Lavoro e del Welfare, con particolare attenzione all’Assistenza e Sanità, alla Formazione Professionale, all’Ambiente, al Turismo e all’Immigrazione, in rete con il Forum del III Settore e con i Sindacati
costruire un’interlocuzione critica e costruttiva con la Regione, partecipando attivamente ai tavoli di confronto e di programmazione esistenti o richiedendo la loro costituzione se assenti
continuare l’esperienza del Coordinamento Regionale Responsabili Sviluppo Associativo del Sistema ACLI
supportare e valorizzare l’esperienza dei Promotori Sociali del Sistema ACLI (sostegno, formazione e sviluppo)
rafforzare l’integrazione tra i servizi e le imprese come parte essenziale del nostro essere ACLI e come esperienza di economia civile
valorizzare il ruolo di tutte le associazioni specifiche, favorendo la loro partecipazione agli organi di governo dell’associazione
presidiare la democraticità e sostenibilità della nostra associazione attraverso una costante cura degli organi e una gestione attenta delle nostre strutture nelle loro diverse articolazioni
coltivare al loro interno la sobrietà come punto di partenza irrinunciabile per costruire stili di vita, personale e associativi, sostenibili e sinceramente conviviali
rigenerare comunità dando nuovi significati alle parole autorità e fraternità
essere sempre di più e meglio un supporto alle realtà provinciali, ponendosi nei loro confronti in un atteggiamento di sincero servizio e favorendo l’interazione tra i territori.

Il Congresso del Piemonte assume alcune sottolineature specifiche emerse nei Congressi Provinciali:
Adesione alla Campagna “Taglia le ali alle armi” per affermare la propria contrarietà all’acquisto, anche parziale, dei cacciabombardieri F35, e sottolineano l’esigenza di riconvertire ad usi civili l’industria bellica e i suoi posti di lavoro, aderendo pertanto alla campagna ‘Taglia le ali alle armi’: no ai bombardieri, si alle spese sociali’.
Contro i ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, una situazione che sempre più sta mettendo in crisi molte espressioni del Terzo Settore, impedendo loro di svolgere il proprio ruolo cruciale nella costruzione di quel Welfare di prossimità che riteniamo essere il solo capace di rispondere alle mutate esigenze della nostra società.
Per un dialogo costruttivo nella gestione e pianificazione del territorio e dell’uso del suolo. Le vicende legate al collegamento ferroviario ad Alta Velocità Torino-Lione, al di là della questione specifica, dimostrano l’assenza e, al contempo, la necessità di costruire luoghi e metodi di confronto partecipativo e democratico per una maggiore e diffusa condivisione del modello di sviluppo dei nostri territori.
Pur consapevoli della necessità di razionalizzare il nostro sistema istituzionale al fine di evitare sprechi di risorse pubblica è fondamentale non sottovalutare i pericoli insiti in leggi che modificano istituzioni importanti come i Comuni e le Provincie. Nella nostra Regione, caratterizzata dalla presenza di molti piccoli comuni in cui sovente operano uno o più circoli ACLI, queste trasformazioni potrebbero produrre effetti negativi perché andrebbero a limitare un forte e vitale tessuto di identità comunitarie, di volontariato, di servizio politico e amministrativo, che sono l’essenza della democrazia partecipativa.
Il Congresso del Piemonte si fa promotore di una proposta di modifica statutaria
Ribadendo che il Congresso Nazionale è la sede preposta in cui si manifesta la partecipazione democratica garantendo al suo interno le elezioni dei legittimi rappresentanti, in primo luogo il Presidente dell’associazione stessa; considerato che l’art. 50 dello Statuto Nazionale (approvato dal XXII Congresso Nazionale) prevede che “la responsabilità di Presidente e Vice Presidente delle ACLI non possa essere ricoperta per più di due mandati per complessivi 8 anni” il Congresso del Piemonte propone di derogare a tale norma quando la fine del mandato non coincide con la celebrazione di un Congresso. In tal modo si restituisce al Congresso stesso la sua funzione essenziale di luogo deputato ad eleggere il suo massimo rappresentante.
Il Congresso del Piemonte si fa promotore di una mozione specifica inerente lo Statuto Regionale
Il Presidente del Congresso sottopone ai delegati la necessità procedere ad una revisione statutaria dell’Associazione anche per meglio adeguarla alle esigenze degli associati e dei terzi in un mutato e mutando quadro sociale ed economico di riferimento.
Tuttavia, per una migliore e più puntuale analisi dei contenuti del documento, il Presidente propone di rimettere al Consiglio Regionale l’analisi e l’adozione del nuovo Statuto, conferendo al riguardo al Consiglio Regionale medesimo ogni necessario potere e con promessa di ratio e valido sotto gli obblighi di legge, senza riserva alcuna.
Il Congresso Regionale, udita la relazione del Presidente sul punto, delibera:
“Di conferire il più ampio mandato al Consiglio Regionale affinché analizzi e proceda all’approvazione della nuova bozza di Statuto dell’Associazione, conferendo al riguardo ogni necessario potere e con promessa di ratio e valido sotto gli obblighi di legge.

A tale riguardo il Congresso Regionale stabilisce che l’adozione del nuovo Statuto dovrà essere effettuata con apposita riunione del Consiglio Regionale e la relativa delibera di approvazione dovrà essere adottata a maggioranza assoluta di voti e con la presenza di almeno la metà più uno dei componenti del Consiglio Regionale.
Ad ogni effetto di legge, stante la presente delibera, si conferma che lo Statuto dell’Associazione approvato dal Consiglio Regionale dovrà ritenersi - a tutti gli effetti di legge- come approvato, ora per allora, dalla presente assemblea, senza necessità di ulteriore ratifica o conferma.”
Novara 15/04/2012
Le delegate e i delegati del XII Congresso delle ACLI del Piemonte condividono, fanno proprie e assumono come impegni per il prossimo quadriennio i contenuti della Relazione del Presidente Regionale, della Relazione Organizzativa e degli elementi emersi dal dibattito.
La crisi globale di sistema che stiamo vivendo e che colpisce tutto l’occidente ed in particolare l’Europa mette radicalmente in discussione il nostro modello di sviluppo. Una crisi che richiede una radicale conversione ed un ripensamento complessivo non solo economico, che metta al centro una strategia di sviluppo globale dell’intero pianeta. L’idea è che tutte le persone abbiano alcuni diritti fondamentali semplicemente in virtù della loro umanità e che sia un dovere basilare delle società rispettare e sostenere tali diritti. Le logiche e scelte alternative non sono insensate, insostenibili e impossibili. Anzi, è ormai chiaro che irresponsabile è pensare di continuare così, mentre è responsabile e propriamente realista l’atteggiamento di quanti si impegnano per una trasformazione strutturale dell’economia e del suo falso ordine globale.
Nessuna situazione di crisi può assopire l’importanza di tornare a parlare di pace, di soluzione nonviolenta dei conflitti, di diplomazie politiche contro le soluzioni belliche.
Le ACLI, in ragione della loro storia, possono e devono dare il loro contributo per trovare soluzioni eque e innovative all’attuale situazione operando nei territori, attraverso la loro presenza capillare ed i loro circoli, promuovendo economia civile, attraverso le diverse esperienze di economia che compongono il sistema ACLI e, essendo un laboratorio di pensiero, per ridare senso ad una politica sempre più lontana dalla reale esigenze delle persone.
In particolare le ACLI del Piemonte sono convinte che per svolgere il ruolo che ad esse è affidato all’interno dell’esperienza associativa di cui fanno parte sia fondamentale:
continuare a porre al centro della propria azione la dimensione formativa, fondandola sul dialogo, l’ascolto e la capacità di riconoscere l’altro
promuovere un’idea di organizzazione capace di aprire spazi di confronto, valutazione e esercizio di democrazia
riscoprire l’importanza di condividere percorsi di vita cristiana
essere maggiormente incisivi e presenti politicamente sulle tematiche del Lavoro e del Welfare, con particolare attenzione all’Assistenza e Sanità, alla Formazione Professionale, all’Ambiente, al Turismo e all’Immigrazione, in rete con il Forum del III Settore e con i Sindacati
costruire un’interlocuzione critica e costruttiva con la Regione, partecipando attivamente ai tavoli di confronto e di programmazione esistenti o richiedendo la loro costituzione se assenti
continuare l’esperienza del Coordinamento Regionale Responsabili Sviluppo Associativo del Sistema ACLI
supportare e valorizzare l’esperienza dei Promotori Sociali del Sistema ACLI (sostegno, formazione e sviluppo)
rafforzare l’integrazione tra i servizi e le imprese come parte essenziale del nostro essere ACLI e come esperienza di economia civile
valorizzare il ruolo di tutte le associazioni specifiche, favorendo la loro partecipazione agli organi di governo dell’associazione
presidiare la democraticità e sostenibilità della nostra associazione attraverso una costante cura degli organi e una gestione attenta delle nostre strutture nelle loro diverse articolazioni
coltivare al loro interno la sobrietà come punto di partenza irrinunciabile per costruire stili di vita, personale e associativi, sostenibili e sinceramente conviviali
rigenerare comunità dando nuovi significati alle parole autorità e fraternità
essere sempre di più e meglio un supporto alle realtà provinciali, ponendosi nei loro confronti in un atteggiamento di sincero servizio e favorendo l’interazione tra i territori.

Il Congresso del Piemonte assume alcune sottolineature specifiche emerse nei Congressi Provinciali:
Adesione alla Campagna “Taglia le ali alle armi” per affermare la propria contrarietà all’acquisto, anche parziale, dei cacciabombardieri F35, e sottolineano l’esigenza di riconvertire ad usi civili l’industria bellica e i suoi posti di lavoro, aderendo pertanto alla campagna ‘Taglia le ali alle armi’: no ai bombardieri, si alle spese sociali’.
Contro i ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni, una situazione che sempre più sta mettendo in crisi molte espressioni del Terzo Settore, impedendo loro di svolgere il proprio ruolo cruciale nella costruzione di quel Welfare di prossimità che riteniamo essere il solo capace di rispondere alle mutate esigenze della nostra società.
Per un dialogo costruttivo nella gestione e pianificazione del territorio e dell’uso del suolo. Le vicende legate al collegamento ferroviario ad Alta Velocità Torino-Lione, al di là della questione specifica, dimostrano l’assenza e, al contempo, la necessità di costruire luoghi e metodi di confronto partecipativo e democratico per una maggiore e diffusa condivisione del modello di sviluppo dei nostri territori.
Pur consapevoli della necessità di razionalizzare il nostro sistema istituzionale al fine di evitare sprechi di risorse pubblica è fondamentale non sottovalutare i pericoli insiti in leggi che modificano istituzioni importanti come i Comuni e le Provincie. Nella nostra Regione, caratterizzata dalla presenza di molti piccoli comuni in cui sovente operano uno o più circoli ACLI, queste trasformazioni potrebbero produrre effetti negativi perché andrebbero a limitare un forte e vitale tessuto di identità comunitarie, di volontariato, di servizio politico e amministrativo, che sono l’essenza della democrazia partecipativa.
Il Congresso del Piemonte si fa promotore di una proposta di modifica statutaria
Ribadendo che il Congresso Nazionale è la sede preposta in cui si manifesta la partecipazione democratica garantendo al suo interno le elezioni dei legittimi rappresentanti, in primo luogo il Presidente dell’associazione stessa; considerato che l’art. 50 dello Statuto Nazionale (approvato dal XXII Congresso Nazionale) prevede che “la responsabilità di Presidente e Vice Presidente delle ACLI non possa essere ricoperta per più di due mandati per complessivi 8 anni” il Congresso del Piemonte propone di derogare a tale norma quando la fine del mandato non coincide con la celebrazione di un Congresso. In tal modo si restituisce al Congresso stesso la sua funzione essenziale di luogo deputato ad eleggere il suo massimo rappresentante.
Il Congresso del Piemonte si fa promotore di una mozione specifica inerente lo Statuto Regionale
Il Presidente del Congresso sottopone ai delegati la necessità procedere ad una revisione statutaria dell’Associazione anche per meglio adeguarla alle esigenze degli associati e dei terzi in un mutato e mutando quadro sociale ed economico di riferimento.
Tuttavia, per una migliore e più puntuale analisi dei contenuti del documento, il Presidente propone di rimettere al Consiglio Regionale l’analisi e l’adozione del nuovo Statuto, conferendo al riguardo al Consiglio Regionale medesimo ogni necessario potere e con promessa di ratio e valido sotto gli obblighi di legge, senza riserva alcuna.
Il Congresso Regionale, udita la relazione del Presidente sul punto, delibera:
“Di conferire il più ampio mandato al Consiglio Regionale affinché analizzi e proceda all’approvazione della nuova bozza di Statuto dell’Associazione, conferendo al riguardo ogni necessario potere e con promessa di ratio e valido sotto gli obblighi di legge.

A tale riguardo il Congresso Regionale stabilisce che l’adozione del nuovo Statuto dovrà essere effettuata con apposita riunione del Consiglio Regionale e la relativa delibera di approvazione dovrà essere adottata a maggioranza assoluta di voti e con la presenza di almeno la metà più uno dei componenti del Consiglio Regionale.
Ad ogni effetto di legge, stante la presente delibera, si conferma che lo Statuto dell’Associazione approvato dal Consiglio Regionale dovrà ritenersi - a tutti gli effetti di legge- come approvato, ora per allora, dalla presente assemblea, senza necessità di ulteriore ratifica o conferma.”
Novara 15/04/2012
Notizie 19 Apr 08.24
Articolo di Massimo Tarasco pubblicato su Acli Torino
La stagione congressuale che stiamo vivendo è inserita in un contesto di forti tensioni sociali, politiche ed economiche che riguardano la nostra Regione, il nostro Paese e l’intero pianeta.
Occorre inevitabilmente partire dalla crisi, che colpisce in particolare il continente europeo, ma che attraversa ormai tutto l’occidente.
Ciò che è messo in discussione e’ proprio l’attuale modello di sviluppo ormai insostenibile, che sta facendo crollare l’ultima ideologia rimasta del secolo scorso: quella neoliberista. Questa crisi infatti, a differenza delle altre che abbiamo vissuto negli anni passati, è soprattutto economica e finanziaria, dagli effetti devastanti, con una ricaduta forte, in particolare, sulle fasce di popolazione più deboli della nostra società.
Passare da una condizione di “normalità” a una condizione di “povertà” è diventata sempre di più una realtà concreta per la vita di cittadini e famiglie, dove l’incertezza del lavoro caratterizzata dai licenziamenti, dalla cassa integrazione, dalla mobilità per parecchi lavoratori e dal precariato permanente per i giovani in cerca di occupazione, è l’elemento principale che sta negando la possibilità, in particolare alle nuove generazioni, di costruirsi un futuro in modo dignitoso.
E’ ormai da più di un decennio che nel nostro Paese non esiste un piano industriale per la tenuta e lo sviluppo delle nostre diversificate realtà produttive, che nel periodo attuale determina ancora di più conseguenze negative per le Imprese e i lavoratori.
Le politiche del welfare, per effetto dei continui tagli, non riescono a intervenire a sostegno dei cittadini e delle famiglie in difficoltà e le situazioni disperate stanno costantemente aumentando.
Il nuovo piano socio sanitario regionale predisposto dalla giunta Cota centrato tutto sul modello privatistico, è un attacco forte al concetto di assistenza come tutela dei più deboli e come attività di prevenzione. Inoltre il progetto di eliminazione dei Consorzi socio assistenziali e l’allontanamento del servizio dal territorio rischia di emarginare ulteriormente chi non ha mezzi propri o familiari, favorendo l’isolamento in molti ceti sociali già presente a causa delle problematiche esistenti.
Nella costruzione di un possibile modello di sviluppo è decisivo mantenere la centralità di un sistema di welfare costruito intorno alla persona, quale fondamento della democrazia. Un welfare capace di una visione complessiva e strategica, non basato solo sulla mera assistenza ma sulla partecipazione e sulla responsabilità, dove il Terzo Settore può essere un agente fondamentale di pratica di buona economia.
All’interno di questo contesto molto complicato, come ACLI piemontesi in questi ultimi anni abbiamo tentato di rimettere al centro il lavoro come elemento fondamentale per la dignità della persona e negli ultimi mesi abbiamo promosso alcuni incontri con il sindacato e con la Pastorale Sociale e del Lavoro, nell’intento di trovare proposte condivise da indirizzare alle istituzioni Regionali.
Nel concreto da parte nostra la capillarità della presenza aclista già presente nelle nostre Province, caratterizzata dai Circoli, , dai Servizi e dalle Imprese sociali del nostro Sistema (Patronato, CAF, EnAIP, Cooperative...), dalle Associazioni Specifiche e Professionali (ACLI Colf, CTA, US ACLI, FAP ACLI...) sono sempre di più un punto di riferimento per i cittadini.
Inoltre nel contempo nella nostra Regione siamo anche un’associazione che, come Sistema nel suo complesso, dà lavoro ormai a parecchie persone, cercando di essere in
tal senso un’esempio di buona economia: le ACLI capaci di essere costruttori di economia civile e sociale.
Altro aspetto importante realizzato in questi ultimi anni come ACLI piemontesi è stato il confronto sul nostro essere un’associazione di promozione sociale, in particolare sulle questioni normative/legislative e sulle diverse modalità di fare azione sociale sul territorio. Il Coordinamento Regionale dei Responsabili Provinciali Sviluppo Associativo ACLI e dei Responsabili delle Associazioni Specifiche e Professionali (ACLI Colf, CTA, US ACLI, FAP ACLI) ha avuto un ruolo significativo nel fare interagire le nostre Province, attraverso incontri itineranti nelle diverse realtà della nostra Regione, realizzati in modo continuativo. Inoltre all’interno dello Sviluppo Associativo insieme alla Funzione Formazione Regionale e al nostro Patronato, si sono realizzate diverse Assemblee Regionali dei Promotori Sociali (PS), un paio di Corsi per nuovi PS (l’ultimo insieme alla Valle d’Aosta e alla Liguria), che hanno determinato la creazione dell’Albo Regionale dei PS di Sistema, ampliando gli ambiti e le opportunità di azione dei nostri volontari, oltre a quelli storici relativi ai servizi Patronato e CAF.
La stessa Funzione Formazione in modo continuativo e itinerante nelle Province ha avuto un ruolo significativo nel creare occasioni di approfondimento e confronto, nell’ottica del dialogo e dell’ascolto reciproco.
Proprio a partire da queste positive realizzazioni alle quali sarà importante dare continuità, ritengo che il futuro gruppo dirigente delle ACLI piemontesi che uscirà dal prossimo Congresso, dovrà caratterizzare il proprio operato nei prossimi anni attraverso un ruolo politico organizzativo di confronto e sostegno associativo delle nostre Province, di coordinamento delle nostre Imprese e Servizi, di promozione di azioni sociali regionali, in particolare sul lavoro e sul welfare. In tal senso sarà necessaria la costante ricerca di sinergia con le realtà politiche e sociali presenti nella nostra Regione (Istituzioni, Forum Terzo Settore, Sindacati, Associazioni Laicali...), unitamente alla nostra specificità nella Chiesa locale (parrocchie, Pastorale Sociale e del Lavoro, Pastorale Migranti...).
Anche le occasioni di confronto fra Regioni limitrofe, come nelle esperienze positive di questi ultimi mesi con la Liguria e la Valle d’Aosta, credo che debbano continuare per poter avere luoghi di progettualità, elaborazione e confronto su tematiche specifiche.
Lo stesso Progetto Interregionale ACLI e Patronato (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) “ACLI contro la crisi” potrà essere sicuramente una delle prospettive su cui programmare e lavorare insieme nel futuro.
Se si vorranno portare avanti questi orientamenti sarà fondamentale il lavoro di squadra a livello Regionale, nella ricerca del giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento (delle idee e dei gruppi dirigenti) e nella consapevolezza che il “riconoscersi” vicendevolmente fra Province e settori del nostro Sistema è condizione primaria per affrontare le sfide future dei prossimi anni.
Tutto ciò allora si potrà realizzare solo attraverso l’unità del nostro agire come Sistema aclista e la passione di noi tutti, per poter continuare ad essere un’associazione popolare e di frontiera, dando in tal senso il nostro concreto contributo nel rigenerare comunità per ricostruire il Paese.
Massimo Tarasco
La stagione congressuale che stiamo vivendo è inserita in un contesto di forti tensioni sociali, politiche ed economiche che riguardano la nostra Regione, il nostro Paese e l’intero pianeta.
Occorre inevitabilmente partire dalla crisi, che colpisce in particolare il continente europeo, ma che attraversa ormai tutto l’occidente.
Ciò che è messo in discussione e’ proprio l’attuale modello di sviluppo ormai insostenibile, che sta facendo crollare l’ultima ideologia rimasta del secolo scorso: quella neoliberista. Questa crisi infatti, a differenza delle altre che abbiamo vissuto negli anni passati, è soprattutto economica e finanziaria, dagli effetti devastanti, con una ricaduta forte, in particolare, sulle fasce di popolazione più deboli della nostra società.
Passare da una condizione di “normalità” a una condizione di “povertà” è diventata sempre di più una realtà concreta per la vita di cittadini e famiglie, dove l’incertezza del lavoro caratterizzata dai licenziamenti, dalla cassa integrazione, dalla mobilità per parecchi lavoratori e dal precariato permanente per i giovani in cerca di occupazione, è l’elemento principale che sta negando la possibilità, in particolare alle nuove generazioni, di costruirsi un futuro in modo dignitoso.
E’ ormai da più di un decennio che nel nostro Paese non esiste un piano industriale per la tenuta e lo sviluppo delle nostre diversificate realtà produttive, che nel periodo attuale determina ancora di più conseguenze negative per le Imprese e i lavoratori.
Le politiche del welfare, per effetto dei continui tagli, non riescono a intervenire a sostegno dei cittadini e delle famiglie in difficoltà e le situazioni disperate stanno costantemente aumentando.
Il nuovo piano socio sanitario regionale predisposto dalla giunta Cota centrato tutto sul modello privatistico, è un attacco forte al concetto di assistenza come tutela dei più deboli e come attività di prevenzione. Inoltre il progetto di eliminazione dei Consorzi socio assistenziali e l’allontanamento del servizio dal territorio rischia di emarginare ulteriormente chi non ha mezzi propri o familiari, favorendo l’isolamento in molti ceti sociali già presente a causa delle problematiche esistenti.
Nella costruzione di un possibile modello di sviluppo è decisivo mantenere la centralità di un sistema di welfare costruito intorno alla persona, quale fondamento della democrazia. Un welfare capace di una visione complessiva e strategica, non basato solo sulla mera assistenza ma sulla partecipazione e sulla responsabilità, dove il Terzo Settore può essere un agente fondamentale di pratica di buona economia.
All’interno di questo contesto molto complicato, come ACLI piemontesi in questi ultimi anni abbiamo tentato di rimettere al centro il lavoro come elemento fondamentale per la dignità della persona e negli ultimi mesi abbiamo promosso alcuni incontri con il sindacato e con la Pastorale Sociale e del Lavoro, nell’intento di trovare proposte condivise da indirizzare alle istituzioni Regionali.
Nel concreto da parte nostra la capillarità della presenza aclista già presente nelle nostre Province, caratterizzata dai Circoli, , dai Servizi e dalle Imprese sociali del nostro Sistema (Patronato, CAF, EnAIP, Cooperative...), dalle Associazioni Specifiche e Professionali (ACLI Colf, CTA, US ACLI, FAP ACLI...) sono sempre di più un punto di riferimento per i cittadini.
Inoltre nel contempo nella nostra Regione siamo anche un’associazione che, come Sistema nel suo complesso, dà lavoro ormai a parecchie persone, cercando di essere in
tal senso un’esempio di buona economia: le ACLI capaci di essere costruttori di economia civile e sociale.
Altro aspetto importante realizzato in questi ultimi anni come ACLI piemontesi è stato il confronto sul nostro essere un’associazione di promozione sociale, in particolare sulle questioni normative/legislative e sulle diverse modalità di fare azione sociale sul territorio. Il Coordinamento Regionale dei Responsabili Provinciali Sviluppo Associativo ACLI e dei Responsabili delle Associazioni Specifiche e Professionali (ACLI Colf, CTA, US ACLI, FAP ACLI) ha avuto un ruolo significativo nel fare interagire le nostre Province, attraverso incontri itineranti nelle diverse realtà della nostra Regione, realizzati in modo continuativo. Inoltre all’interno dello Sviluppo Associativo insieme alla Funzione Formazione Regionale e al nostro Patronato, si sono realizzate diverse Assemblee Regionali dei Promotori Sociali (PS), un paio di Corsi per nuovi PS (l’ultimo insieme alla Valle d’Aosta e alla Liguria), che hanno determinato la creazione dell’Albo Regionale dei PS di Sistema, ampliando gli ambiti e le opportunità di azione dei nostri volontari, oltre a quelli storici relativi ai servizi Patronato e CAF.
La stessa Funzione Formazione in modo continuativo e itinerante nelle Province ha avuto un ruolo significativo nel creare occasioni di approfondimento e confronto, nell’ottica del dialogo e dell’ascolto reciproco.
Proprio a partire da queste positive realizzazioni alle quali sarà importante dare continuità, ritengo che il futuro gruppo dirigente delle ACLI piemontesi che uscirà dal prossimo Congresso, dovrà caratterizzare il proprio operato nei prossimi anni attraverso un ruolo politico organizzativo di confronto e sostegno associativo delle nostre Province, di coordinamento delle nostre Imprese e Servizi, di promozione di azioni sociali regionali, in particolare sul lavoro e sul welfare. In tal senso sarà necessaria la costante ricerca di sinergia con le realtà politiche e sociali presenti nella nostra Regione (Istituzioni, Forum Terzo Settore, Sindacati, Associazioni Laicali...), unitamente alla nostra specificità nella Chiesa locale (parrocchie, Pastorale Sociale e del Lavoro, Pastorale Migranti...).
Anche le occasioni di confronto fra Regioni limitrofe, come nelle esperienze positive di questi ultimi mesi con la Liguria e la Valle d’Aosta, credo che debbano continuare per poter avere luoghi di progettualità, elaborazione e confronto su tematiche specifiche.
Lo stesso Progetto Interregionale ACLI e Patronato (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) “ACLI contro la crisi” potrà essere sicuramente una delle prospettive su cui programmare e lavorare insieme nel futuro.
Se si vorranno portare avanti questi orientamenti sarà fondamentale il lavoro di squadra a livello Regionale, nella ricerca del giusto equilibrio fra continuità e rinnovamento (delle idee e dei gruppi dirigenti) e nella consapevolezza che il “riconoscersi” vicendevolmente fra Province e settori del nostro Sistema è condizione primaria per affrontare le sfide future dei prossimi anni.
Tutto ciò allora si potrà realizzare solo attraverso l’unità del nostro agire come Sistema aclista e la passione di noi tutti, per poter continuare ad essere un’associazione popolare e di frontiera, dando in tal senso il nostro concreto contributo nel rigenerare comunità per ricostruire il Paese.
Massimo Tarasco
Notizie 19 Apr 08.17
45 mila iscritti e una idea concreta di come vivere i valori della "sobrietà" e dell’ "ascolto" in una società sempre più in crisi.
Nell’ambito dei lavori del Congresso regionale Massimo Tarasco e Mario Tretola hanno presentato una densa relazione organizzativa. A partire dalle decisioni prese nella conferenza organizzativa di Cuneo Tarasco ha presentato lo stato di avanzamento del nsotro sistema associativo e l’insieme dei nodi organizzativi e associativi sui quali l’ìassociazione è chiamata a lavorare. Dal canto suo Tretola ha ripproposto le linee formative e culturali sulle quali le acli piemonte hanno lavorato in questi quattro anni cercando di alimentare il perocorso umano e politico della nostra associazione.
Insieme alla relazione del Presidente Girardo questo documento ( che alleghiamo) ha rappresentato il cuore della discussione congressuale e la base programmatica sulla quale sono stati eletti i nuovi organi.
Nella sezione "gestione allegati" il file pdf della relazione.
Nell’ambito dei lavori del Congresso regionale Massimo Tarasco e Mario Tretola hanno presentato una densa relazione organizzativa. A partire dalle decisioni prese nella conferenza organizzativa di Cuneo Tarasco ha presentato lo stato di avanzamento del nsotro sistema associativo e l’insieme dei nodi organizzativi e associativi sui quali l’ìassociazione è chiamata a lavorare. Dal canto suo Tretola ha ripproposto le linee formative e culturali sulle quali le acli piemonte hanno lavorato in questi quattro anni cercando di alimentare il perocorso umano e politico della nostra associazione.
Insieme alla relazione del Presidente Girardo questo documento ( che alleghiamo) ha rappresentato il cuore della discussione congressuale e la base programmatica sulla quale sono stati eletti i nuovi organi.
Nella sezione "gestione allegati" il file pdf della relazione.
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Il Piemonte sta attraversando un momento difficile per quanto riguarda il mondo del lavoro: la nostra gente perde il lavoro, aumenta la cassa integrazione speciale, si moltiplicano ... |
Editoriali 16 Feb 11.50
di Massimo Paolicelli, Presidente Associazione Obiettori Nonviolenti
Francesco Vignarca, Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo
La mobilitazione
Con la mobilitazione promossa dalla Rete Italiana Disarmo e dalla Campagna Sbilanciamoci per chiedere al Governo di non procedere all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35 al costo di circa 15 miliardi e di investire i fondi risparmiati per progetti più utili alla collettività denominata “Stop F35” si è creata una maggiore consapevolezza sulla portata di tale progetto che si voleva invece non far conoscere troppo all’opinione pubblica.
Più di 31.000 firme raccolte, anche con l’aiuto di Grillo News, l’appoggio di oltre 156 associazioni, il supporto di Unimondo e di Science of Peace. Dopo il velocissimo passaggio Parlamentare dell’aprile 2009 che ha dato il via libera al progetto, oggi sono depositate in Parlamento 2 mozioni che chiedono la sospensione del progetto firmate da 14 Deputati e 22 Senatori.
E un primo risultato: a margine dell’incontro del 24 novembre organizzato dalla nostra campagna il sottosegretario Crosetto ha per la prima volta ufficialmente ammesso che la Difesa (complici soprattutto i costi) sta ripensando al quadro complessivo degli acquisti del caccia. “Stiamo ripensando la parte del programma Joint Strike Fighter che riguarda i 62 velivoli F-35 B a decollo rapido e atterraggio verticale’’ ha confermato poi alle agenzie di stampa. ...
Francesco Vignarca, Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo
La mobilitazione
Con la mobilitazione promossa dalla Rete Italiana Disarmo e dalla Campagna Sbilanciamoci per chiedere al Governo di non procedere all’acquisto di 131 cacciabombardieri F35 al costo di circa 15 miliardi e di investire i fondi risparmiati per progetti più utili alla collettività denominata “Stop F35” si è creata una maggiore consapevolezza sulla portata di tale progetto che si voleva invece non far conoscere troppo all’opinione pubblica.
Più di 31.000 firme raccolte, anche con l’aiuto di Grillo News, l’appoggio di oltre 156 associazioni, il supporto di Unimondo e di Science of Peace. Dopo il velocissimo passaggio Parlamentare dell’aprile 2009 che ha dato il via libera al progetto, oggi sono depositate in Parlamento 2 mozioni che chiedono la sospensione del progetto firmate da 14 Deputati e 22 Senatori.
E un primo risultato: a margine dell’incontro del 24 novembre organizzato dalla nostra campagna il sottosegretario Crosetto ha per la prima volta ufficialmente ammesso che la Difesa (complici soprattutto i costi) sta ripensando al quadro complessivo degli acquisti del caccia. “Stiamo ripensando la parte del programma Joint Strike Fighter che riguarda i 62 velivoli F-35 B a decollo rapido e atterraggio verticale’’ ha confermato poi alle agenzie di stampa. ...
Editoriali 14 Dic 2011
di Mario Tretola VicePresidente Regionale Acli
L’Italia sono anch’io è la campagna nazionale per il diritto di cittadinanza e per il diritto di voto promossa nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia da 19 associazioni a livello nazionale, continuando ancora oggi a incontrare adesioni convinte (la più importante è quella del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano)
Non è un caso che queste idee acquistino concretezza nell’anno in cui celebriamo il nostro essere Italia Unita. Perchè vale la pena spendere un’eredità che è anche un debito, verso le generazioni passate, ma ancora più verso quelle future, alle quali dobbiamo consegnare il senso vero del cammino degli Italiani.
Vecchi e nuovi , nativi e stranieri, sopraggiunti spinti dal bisogno e dalla speranza di trovare qui una “patria”. Cioè una terra accogliente, delle regole condivise, un disegno che si spinge verso il futuro e verso il bene comune. ...
L’Italia sono anch’io è la campagna nazionale per il diritto di cittadinanza e per il diritto di voto promossa nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia da 19 associazioni a livello nazionale, continuando ancora oggi a incontrare adesioni convinte (la più importante è quella del Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano)
Non è un caso che queste idee acquistino concretezza nell’anno in cui celebriamo il nostro essere Italia Unita. Perchè vale la pena spendere un’eredità che è anche un debito, verso le generazioni passate, ma ancora più verso quelle future, alle quali dobbiamo consegnare il senso vero del cammino degli Italiani.
Vecchi e nuovi , nativi e stranieri, sopraggiunti spinti dal bisogno e dalla speranza di trovare qui una “patria”. Cioè una terra accogliente, delle regole condivise, un disegno che si spinge verso il futuro e verso il bene comune. ...
Sviluppo Associativo 07 Giu 2011
E’ stato pubblicato il Decreto Direttoriale AAMS che ha istituito un elenco pubblico a cui devono iscriversi i soggetti esercenti attività funzionali alla raccolta del gioco lecito mediante apparecchi con vincita in denaro.
L’iscrizione è obbligatoria e va effettuata entro il 30 giugno 2011 per i Circoli che intendano proseguire nelle attività connesse alla raccolta del gioco.
Dal 1 Luglio, solo presso gli esercenti che abbiano presentato domanda di iscrizione all’elenco in oggetto potranno continuare ad essere installati apparecchi con vincita in denaro.
La richiesta modulo (RIES/C6) (*), dovrà essere consegnato alla sede AAMS competente per territorio unitamente a :
1. Certificazione Antimafia prevista dalla legge N° 575/1975 e successive modificazioni richiesta dal Presidente; essa viene rilasciata dalla Prefettura del capoluogo della Provincia in cui ha sede il Circolo.
2. Copia della Licenza di cui all’art.86 ( o DIA o SCIA) o 88 del TULPS
3. Quietanza di versamento di € 100,00 da effettuarsi in modalità telematica tramite modello F24 accise, codice tributo 5216
4. Consenso al trattamento dei dati ( in fase di pubblicazione), questo documento, appena disponibile, potrà essere scaricato dal sito AAMS (www.aams.it) ed usato per espletare la presente pratica
5. Copia di un documento di riconoscimento valido







