Lavoro, crisi, diritti e legalità
Documento delle Acli Piemonte
Marzo 2010
Ad un anno e mezzo dall’inizio della crisi
La crisi c’è ancora. Ad un anno e mezzo, nonostante gli interventi del governo, delle
istituzioni europee e mondiali, gli sforzi e le risorse economiche messe a disposizione
dalla Regione Piemonte e degli enti locali, l’impegno di imprenditori e sindacati, l’azione
del Terzo settore e delle Chiese gli effetti sociali della crisi mordono la società piemontese.
Il massiccio ingresso nell’economia mondiale dei fondi pubblici americani e di una parte
dei paesi europei sta riattivando alcuni indici macroeconomici spingendo la borsa ma non i
consumi.
La situazione è particolarmente delicata perché, in assenza di quella riforma della finanza
mondiale e delle regole comuni che era stata invocata da tutti all’indomani della crisi il
rischio di nuove speculazioni e di una crisi finanziaria di ritorno è molto alto. Alcuni dati
rappresentano bene le difficoltà dell’attuale fase, in cui l’Associazione è chiamata ad
operare.
L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha stimato che la gran parte dei tre
miliardi di persone al mondo che sono titolari di un posto di lavoro, versano in una
condizione di precarietà per insufficienza di salario e di diritti.
Secondo l’ Istat è raddoppiata in Italia negli ultimi 10 anni la quota di ricchezza nazionale
che non va alle famiglie e finisce a banche e mondo finanziario, mentre si è ridotta di un
terzo la quota andata alle imprese.
E sempre secondo l’Istat nel dicembre 2009 il nostro Paese aveva perso cinquecentomila
posti di lavoro rispetto all’anno precedente, e veniva a collocarsi al sesto posto della
classifica OCSE dei Paesi più sviluppati con la peggior redistribuzione del reddito pro
capite. Infine è di pochi giorni fa la certificazione dell’Istat di un ulteriore balzo in avanti
dell’indice di disoccupazione che si attesta, Italia, al 8,6%.
Circa una anno fa le Acli del Piemonte, nel loro documento sulla crisi, rilanciavano la
preoccupazione rispetto ad una crisi internazionale e finanziaria che si inseriva su un
tessuto nazionale e piemontese già complesso: “....frammentazione sociale, debolezza
della politica, crisi dei centri della rappresentanza sociale, la focalizzazione della crisi sui
distretti industriali, una classe dirigente complessivamente stanca e disorientata porta con
sè inevitabilmente il rischio di un paese che subisce, senza poter reagire, il crescente
conflitto sociale.…” “Un conflitto sociale che rischia di assumere il segno della violenza e
della emarginazione, come la cronaca quotidiana dei giornali ci restituisce con sempre
maggiore frequenza.….” “Dalla crisi -scrivemmo nel Febbraio del 2009- non si esce
riportando le cose allo stato precedente ma riformando nel profondo il nostro sistema
economico per evitare che accada ancora. Il nostro paese da anni aspetta una vera fase
riformatrice, un “new deal” capace di salvaguardare il nostro modo di vivere e al contempo
valorizzarlo nella competizione globale per farne una forza di futuro.”
Il Piemonte: la situazione della nostra regione
Gli indicatori più recenti sull’andamento dell’economia piemontese ci segnalano il
diffondersi di una crisi sempre più pesante. Nell’anno che ci ha lasciato 133000 piemontesi
erano registrati al collocamento come disoccupati. Nel mese di Dicembre 2008 erano 45
mila i lavoratori in cassa integrazione e nel 2009 più di 81 mila. 16.700 lavoratori flessibili
hanno perso l’impiego che sommati alle perdite negli altri settori ha portato l’aumento del
numero delle persone senza occupazione, nel corso del 2009, a quasi 35000 unità.
Se proviamo a sommare le persone in cerca di occupazione con quelle che hanno subito
la formula della cassa integrazione, l’insieme dei lavoratori flessibili con le stime di coloro
che sono in una condizione di lavoro illegale…. Applicando una cospicua riduzione per
tener conto delle sovrapposizioni e della indeterminatezza di alcune stime… risulta che
almeno 600.000 piemontesi soffrono un disagio più o meno marcato a causa della crisi e
della loro condizione lavorativa.
La regione ha cercato di mettere in campo un ampio spettro di iniziative di sostegno e di
rilancio dell’economia. Alla resa dei conti, l’ammontare dei fondi di spettanza regionale
destinati agli interventi a sostegno del reddito (gli ammortizzatori in deroga) e delle
competenze (le politiche attive) dei lavoratori colpiti dalla crisi è di 192,6 milioni di euro
così ripartiti. Una cifra cospicua a cui si aggiunge un articolato set di interventi predisposti
da altri Assessorati regionali finalizzati al rilancio del sistema produttivo, al sostegno
dell’innovazione tecnologica, all’apertura di linee di credito agevolate per le imprese, alla
promozione dell’imprenditorialità giovanile e femminile, agli aiuti a favore delle fasce deboli
e svantaggiate.
Cifre cospicue e interventi importanti che rendono meno pesante il bilancio immediato ma
che richiedono, oggi, continuità e, insieme, le riforme strutturali del nostro sistema
economico che tutti hanno promesso.
Dalla crisi della finanza alla crisi del lavoro
La fase che stiamo vivendo è quella, quindi, più dura in cui le conseguenze sociali della
crisi si fanno più acute. Dalla crisi della finanza si è passati a vivere la “crisi del lavoro” e
della stabilità sociale che ne deriva.
• Aumentano le disuguaglianze sociali, già storicamente molto radicate nel nostro
Paese, ed un inedito processo di impoverimento delle fasce di mezzo della società.
• Perde di importanza il lavoro, sia in termini di remunerazione che di riconoscimento
del proprio valore sociale, a favore invece di una sopravvalutazione delle attività
finanziarie volte alla speculazione a breve termine.
• Aumenta l’indebitamento delle famiglie nelle forme più disparate, insieme ad una
minor tutela del risparmio familiare distolto dal tradizionale impegno nel debito
pubblico verso strumenti finanziari ad elevato rischio.
• Continuano a ridursi risorse pubbliche per lo Stato sociale.
E ancora emergono con drammaticità fatti di corruzione, di riciclaggio, di malversazione e
di spreco del denaro pubblico in assenza di una vera riforma delle regole dell’economia e
della pubblica amministrazione.
Sarà veramente arduo difendere il potere d’acquisto dei salari e frenare la continua perdita
di posti di lavoro per chiusura e per delocalizzazione, a cui la crisi ha impresso una
dolorosa accelerazione, senza regolare seriamente le attività finanziarie speculative e
senza che venga affrontato in maniera efficace il problema delle enormi differenze di
standard fra i vari sistemi produttivi e soprattutto senza che lo Stato non ritrovi la forza e la
determinazione per riorganizzare, sulla base di una diversa etica pubblica, la propria forma
e le proprie priorità.
La prima vittima: i diritti
C’è poi una vittima annunciata che, nella crisi in atto, chiederebbe una diversa attenzione
degli organi preposti e della società tutta: sono i diritti dei lavoratori e delle loro famiglie.
La crisi economica ha rimesso indietro, in molti casi, l’orologio delle tutele e dei diritti
perché la paura di perdere il posto di lavoro quando non la minaccia del licenziamento ha
rimesso sotto scacco i lavoratori meno sindacalizzati e più esposti.
Il bisogno di sopravvivenza spinge molte persone a subire forme, modi e tempi di lavoro ai
limiti fuori dalla legalità, senza orario e sicurezza.
E’ il lavoro nero, la modalità certa ma anche più insicura di lavorare. I casi di cronaca di
questi mesi sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che se si stima stabile tra il
2008 e il 2009 (243000 in Piemonte. Fonte UIL) ha ampliato le proprie forme e le proprie
ambiguità. Accanto al lavoro nero, si fa sempre più spesso ricorso, da parte delle aziende,
a modalità di lavoro irregolare, rapporti di lavoro di cui si conosce l’esistenza in cui, però, i
lavoratori sono impiegati in violazione delle disposizioni vigenti in materia contributiva e
fiscale, fino ad approdare a forme di irregolarità connesse all’utilizzo improprio di rapporti
di lavoro diversamente qualificati come nel caso di lavoratori con contratti a progetto che
nascondono rapporti di lavoro subordinato.
E’ questo il lavoro sommerso più comunemente definito come “lavoro grigio” cioè una
modalità intermedia tra il lavoro regolare ed il lavoro nero che colloca il lavoratore in una
situazione di sudditanza e di dipendenza ancora più subdola.
All’estremo opposto scopriamo di nuovo una Italia schiavista, razzista e sfruttatrice.
Quanto accaduto a Rosarno ha posto in evidenza una questione risaputa e irrisolta: la
situazione di sfruttamento e illegalità diffusa in ampie zone d’Italia e in molti settori
lavorativi, quello agricolo in particolare, che non riguarda solo i lavoratori immigrati. E
ancora la presenza radicata della criminalità organizzata, l’assenza dello Stato non solo
come presidio di ordine pubblico ma come presidio sociale.
C’è il tema della manodopera sfruttata, il tema della criminalità, il tema dell’immigrazione e
dell’integrazione, la grande questione del Mezzogiorno e del lavoro. Un universo di temi
che non possono essere banalizzati e liquidati come ha fatto il ministro Maroni.
D’altra parte l’approvazione, da parte del Parlamento, della nuova normativa che introduce
l’arbitrato in sostituzione di quanto introdotto dall’art. 18 per quanto riguarda i licenziamenti
senza giusta causa riapre nuovamente un processo di regressione degli spazi di tutela e di
garanzia dei lavoratori
La radiografia sui polmoni del nostro corpo sociale che sono il lavoro e i diritti presentano
non solo macchie e lacerazioni ma un complessivo indebolimento frutto della crisi e frutto
del mancata volontà di rimettere, queste questioni, al centro del dibattito politico e
soprattutto dell’azione di governo.
Senza lavoro non c’è società
E’ per questo che le Acli vogliono ribadire il proprio impegno per contrastare la crisi e per
rimettere la persona che lavora, al centro della propria azione. Sebbene siano cambiate le
forme del lavoro e siano cambiati i ceti sociali coinvolti nel mondo del lavoro, esso rimane
il fondamento della cittadinanza sociale e politica, come riconosce il dettato della
Costituzione. Peraltro, le cause che hanno prodotto l’attuale crisi ci hanno dimostrato
quanto sia pericoloso non riconoscere una giusta centralità del lavoro nel processo
economico e nella società.
La centralità sociale del lavoro è la base per la costruzione di un modello di economia
solidale e personalistico che, a livello globale, riconosca l’esistenza di diritti vitali degli
esseri umani e permetta la fruizione universale dei beni economici, a vantaggio dei settori
più deboli della società.
Legalità è sviluppo
La questione della legalità non è però solamente una questione di carattere etica o
filosofica. Ridare legalità al lavoro e al tessuto economico del paese e del Piemonte
significa, nonostante le banalizzazioni che alcuni strumentalmente cercano di far passare,
far ripartire concretamente lo sviluppo. Un sistema inquinato da aziende e da soggetti
economici che immettono sul mercato prodotti e servizi realizzati a costi improponibili per
qualunque imprenditore onesto uccide la possibilità di crescita e di sviluppo della società.
Profitti, risorse e intelligenze, in un azienda illegale, non vengono reinvestiti per ampliare il
proprio raggio d’azione o per migliorare il prodotto ma rialimentano la speculazione e il
malaffare. D’altra parte i numeri dello scudo fiscale ci raccontano di una Italia che, per
anni, ha evaso il fisco trasferendo all’estero una quantità enorme di denaro frutto, molto
probabilmente, di una economia criminale. Se si vuole combattere il lavoro sommerso,
rilanciare lo sviluppo, premiare e tutelare chi agisce onestamente lo strumento di cui
servirsi è, innanzitutto, un’azione politica e amministrativa forte, realizzabile attraverso una
efficace azione di controllo (e non con una sua diminuzione!) e la semplificazione delle
norme che facilitino il rispetto delle regole.
Combattere il lavoro nero, il sommerso e il lavoro irregolare significa aumentare le risorse
fiscali e i contributi versati nelle casse dell’erario; significa percorrere la via maestra del
risanamento dei conti pubblici e dell’efficienza dello stato; significa abbassare il carico
fiscale per tutti secondo il principio del pagare tutti, pagare meno; significa, appunto,
rilanciare i consumi e lo sviluppo.
Acli contro la crisi
Una nuova prospettiva sociale non può realizzarsi però se non ci sarà, nel paese, una
nuova stagione di impegno collettivo.
Occorre coltivare una nuova responsabilità popolare che sappia assumere l’onere di
questa nuova stagione ed insieme, essere prossima alla fatica degli uomini e delle
donne di oggi.
Le Acli hanno deciso di mobilitarsi riorganizzando il proprio sistema associativo e
riorientando il mestiere sociale dei propri circoli su questa responsabilità.
Il vademecum e il sito internet “Aclicontrolacrisi” è un primo strumento per esercitare la
nostra popolarità in questo nuovo scenario.
E poi occorre un’azione politica più incisiva e forte. Occorre rianimare un vero e proprio
movimento dei diritti e del lavoro per dire che contro questa crisi occorrono svolte
radicali e interventi più forti: regole ai mercati finanziari, scelte di giustizia sociale, di
investimento sulla scuola e sui giovani, di creazione di lavoro, blocco della corsa agli
armamenti.
Un’azione che metta insieme le forze migliori della società civile, nel terzo settore, i
sindacati e anche tanti imprenditori, le città…
Proponiamo insieme una mobilitazione unita del mondo del lavoro e dell’impegno
sociale, per fermarsi a fianco di chi ha perso o teme per il proprio lavoro, e a chi si
sente o viene di fatto ancora più escluso o, più semplicemente, fatica ad arrivare a fine
mese, per chiedere ai governi uno sforzo più forte e diverso.
www.aclipiemonte.it
www.aclicontrolacrisi.it
La crisi Piemonte in numeri persone!
Persone in sofferenza
lavorativa
2009 2008 diff
In cerca di occupazione 133.798 100.245 33.553
Stima Cassaintegrati 81.346 17.543 63.803
Totale
215.144 117.788 97.356
Lavoratori flessibili 176.913 193.649 -16.736
Stima lavoro sfruttato e
illegale
243.848 243.604 844
Totale 635.905 555.041 80.864
Dato depurato 600.000
% disagio
Forze lavoro 1.992.788 30,11%
Popolazione 2008 4.401.266 13,63%
CONSIDERANDO DOPPIE CATEGORIZZAZIONI E SITUAZIONI PARTICOLARI CHE NON
POSSONO ESSERE DEFINITE DI DISAGIO POSSIAMO DIRE CHE
DALL’INCROCIO DEI DATI Istat e Inps e sulla base delle elaborazioni
fornite dalla Uil CI SONO ALMENO 600.000 PIEMONTESI CHE OGGI
SOFFRONO A CAUSA DEL LAVORO.
SI TRATTA DEL 13,6% DELLA POPOLAZIONE E DEL 30,11% DELLE
FORZE LAVORO.