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Editoriali
Sentinelle solidali
Relazione alla Cop Torino del Presidente Stefano Tassinari
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Relazione di Stefano TASSINARI

“.. dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fiori”
Via del Campo, Fabrizio De Andrè


Sentinelle solidali? Per dire a che servono le Acli, o meglio, chi devono servire le Acli, anche nel nuovo millennio basterebbero i versi di questa ballata.
Questa canzone visita e narra gli angoli, le vie e le vite “peggiori” della città, e da lì ci dice qualcosa del senso del futuro: dal lusso e dal potere non nasce niente, da quanto è più sofferto e escluso fiorisce l’avvenire.
Un verso che sembra anche rimandare allo svelarsi, oggi, di una economia prevalente, simboleggiata dai diamanti, sfarzosa e arrogante quanto sterile, che necessita di tornare a scoprire la fatica umile e creatrice del letame, del lavoro vero e dell’imprenditorialità vera, della saggezza che non scartava nulla, anzi che dava senso e valore anche agli scarti. E forse ci ricorda parti del Vangelo, anche nei suoi pezzi meno citati e mai considerati “eticamente sensibili”, per quanto molto evocativi, anche se il Vangelo non andrebbe mai citato a pezzi:
“Io vi dico: ogni ricchezza puzza di ingiustizia…” (Luca, 16, 9)

Il tema che forse abbiamo di fronte di questi tempi, del quale avvertiamo maggiormente l’esigenza è, a mio avviso:
coltivare una nuova responsabilità popolare che, insieme, sappia
assumere ed essere prossima alla fatica di oggi giorno, di questi tempi grigi, nel quale sembra che il futuro sia entrato in apnea, alla sofferenza nonché al prevalere del cinismo o meglio del cinismo in privato e del moralismo in pubblico, all’ideologia dell’impossibilità del cambiamento che pervade un po’ tutto intorno a noi,
e che, lo ripeto, insieme sappia far crescere la possibilità di nuove prospettive sociali, personali e collettive, nuovi incontri, nuovi punti di vista, nuovi scorci di futuro, che inevitabilmente possono nascere solo dalla fatica e da chi fa più fatica. Perchè come diceva Vincenzo nell’introduzione dei corsi estivi interassociativi “sperare vuol dire operare perché il possibile divenga reale”.

Ma non è facile tenere insieme queste due dimensioni.
Ci può aiutare, forse non solo chi crede, una frase, che ci ricorda di cercare la speranza laddove non sembra più essercene, una frase che pronunciamo come un impegno, tutte le domeniche allo spezzar del pane: annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta.
Non sono un teologo, ma credo che il senso vada aldilà del ricordo e della celebrazione liturgica e ci sprona
a farci prossimi e annunciare tutte le volte che vediamo Dio fatto uomo morire;
a far spazio e coltivare tutti i segni che ci dicono, in mezzo alla morte, della sua possibilità di risorgere e ci chiedono di essere sostenuti;
e, infine, a vivere e impegnarci in una attesa attiva fatta di lotta e creatività affinché ciò avvenga, affinché si compia nel mondo ancora qualcosa di inedito, di inatteso e giusto.
Tentiamo qualche riflessione precaria in questa direzione.

ANNUNCIAMO… significa farsi vicini alla sofferenza e alla fatica
Di fronte alla crisi pare sempre più difficile soffermarsi sulle difficoltà e sulle ferite che si stanno aprendo, locali e globali, economiche e sociali, private e pubbliche.
La sofferenza di molti che non ce la fanno, la miseria di gran parte del mondo e la vergognosa oppressione e il calvario al quale è sottoposto chi rischia la vita pur di dare una prospettiva alla famiglia lasciata lontana.
Le vittime della crisi restano sullo sfondo.... A oltre un anno dal crollo delle borse a pagare il prezzo più alto non è stato chi ha fatto della finanza creativa, né i teorici del liberismo sfrenato. Sono cresciuti i morti per fame e sete, le aziende e gli imprenditori veri in crisi, gli “occupati senza lavoro”, i disoccupati e i lavoratori poveri. Così come cresce un disagio e un ansia sociale ben evidenziata da dati sempre più nascosti sulla sicurezza, dove la maggioranza dei delitti si scopre essere di tipo familiare – circa un omicidio al giorno – e di vicinato, punta di un iceberg di una società che pare smarrita.
E senza considerare come ha affermato il Professor Mario Deaglio al convegno diocesano sulla Caritas in Veritate che questa è una crisi strutturale di un modello di globalizzazione e che, quando altri modelli sono entrati in crisi, si è sempre ripartiti passando attraverso una guerra o esiti violenti e autoritari. Senza considerare che la sofferenza, che nasce spesso dalle ingiustizie, se non trova risposte quasi sempre finisce per riprodurle e amplificarle. E senza considerare che una critica solo tesa a moralizzare spesso cerca sbocchi in nuovi autoritarismi, in uomini forti che si pongano al di sopra di tutti…
La fatica è anche quella della Storia, che in questi vent’anni sembra essersi fermata. Dopo la caduta del Muro ci siamo scoperti più ricchi, quasi arrivati alla terra promessa di una società del progresso e invece, questa presunta ricchezza non solo ci ha deluso, ma ci ha diviso ci a reso più diseguali e incattiviti. Ci siamo trovati a far quasi la stessa fine di Re Mida che vedeva trasformarsi in oro tutto ciò che toccava compreso il cibo, le persone…. E oggi ereditiamo e viviamo anche la stanchezza di un futuro che dopo quell’evento ci ha fatto molto sognare per poi entrare in apnea e continuare a farci ripetere e sperare sempre negli stessi traguardi. Basti pensare a quanti sogni e progetti apertisi nei primi anni novanta si sono via via ingolfati, pur continuando a rimanere nelle nostre agende: la riforma dell’Onu e l’avvento di un nuovo ordine mondiale, il disarmo nucleare, la lotta alla povertà, gli obiettivi di Lisbona, l’Europa unione di popoli e non debole coordinamento di Governi, la riforma della politica e una democrazia compiuta, le riforme, un nuovo welfare più giusto e più attivo…

Anche la nostra storia di Acli è entrata un po’ in apnea. Ricordo che nel ’93, nello stesso congresso straordinario concluso dall’allora Presidente, Giovanni Bianchi, con la proposta profetica di candidare Romano Prodi a Presidente del Consiglio e di un’alleanza tra progressisti e popolari, eravamo chiamati a “rifondare le Acli”. Non semplicemente a riorganizzarle, ma a RIFONDARLE. Molte delle inquietudini, positive e negative, dei rischi e delle opportunità che ci portarono a discutere di “rifondazione” delle Acli sono ancora tutte sul tappeto, diventando però ancora più impellenti.
E bene ha fatto Andrea a riproporle, anche se, sobriamente, si è limitato a parlare dell’urgenza di una riforma organizzativa, con domande che sintetizzerei così:
come stiamo sul territorio come realtà associativa viva e non solo come numeri di persone e sigle?
come governiamo un sistema sempre più complesso e consistente, circoli, volontariato, imprese… in modo democratico e non concentrando il potere nelle mani di pochi o in feudi personalistici, più o meno grandi?
come ridiamo un profilo identitario e sociale non basato sugli interessi di bottega ma sulla capacità di essere aperti e di dar voce a chi non ha voce?
Speriamo che questi pressanti interrogativi non scivolino ancora addosso alla nostra quotidianità, magari accontentandoci tutti del conio di nomi nuovi per problemi antichi.

E la fatica in ultimo è la paura del futuro e degli altri che in questi decenni è sempre più cresciuta perché quanto più scompare il senso e la prospettiva quanto più temiamo che siano gli altri a rubarci quel, magari poco, che abbiamo, e lentamente la paura si trasforma in rabbia preventiva.
Anche a questa paura dobbiamo farci prossimi, oltre a denunciare. Farsi prossimi senza colludere o dare ragione. Essere prossimi anche quando è fonte e foce di ignoranza o di una debole memoria del passato nonché del futuro.
Del passato perché non si ricorda la paura e il disagio che si viveva un tempo. Io ricordo vagamente, avrò avuto tre-quattro anni, di pietre che battevano contro le serrande di camera mia (non mi chiedete di capire cos’è la paura!), per l’invidia che provocava una casetta di fronte a palazzi-ultra popolari, ricordo di consueta violenza e sangue davanti alle scuole, di un ragazzo ucciso a mani nude, di una strage mafiosa, dello spaccio sotto casa, di giornali che identificavano i criminali per la regione di provenienza…. Ma anche e soprattutto di quartieri che si sono trasformati, che sono diventati da ghetto a residenziali, di amici con cui sono cresciuto, molti tra gli stessi che tiravano le pietre alle finestre.
Ma come me altri potrebbero dire di questi ricordi: protagonisti erano, nel male, in pochissimi, nel bene, la stragrande maggioranza, gli immigrati di allora. Immigrati italiani.
Allora come oggi il disagio e la mancanza di diritti favoriscono la furbizia e la forza dei prepotenti, locali e immigrati, e il tutto funziona come una via senza illuminazione: i disonesti ne approfittano e gli onesti fuggono. Se accendi la luce succede l’inverso.
Certo diritti e doveri, legalità, ma per obbligare alla legalità bisogna prima praticarla, altrimenti confondiamo la legalità con una sorta di ipocrisia di stato. Dove erano ministri e leghisti nello sfacelo della legalità del lavoro di paesi come Rosarno? Quanti di quei caporali e trafficanti di esseri umani hanno potuto riportare tranquillamente a casa soldi sporchi lasciati decantare all’estero? Pagando una piccola tassa, circa un quarto di quanto paga un lavoratore a progetto, quasi un decimo di un’impresa. O dove ha gli occhi il nostro premier di fronte alle masse di persone tradotte attraverso la Libia verso i barconi, da sfruttatori e criminali nella totale e connivente assenza di iniziativa del suo amico leader libico.
Una strana legalità quella severa coi bambini e riverente coi potenti. Una legalità senza giustizia. Strani frutti danno le radici cristiane di un Paese che riconosce i diritti a seconda del sangue che ti scorre nelle vene.
La legalità vera è un’altra cosa e parte dal riconoscere innanzitutto il diritto ad avere dei diritti e dei doveri.

E poi la memoria del futuro. Ci siamo cullati nell’idea che l’occidente fosse il centro del mondo. Non è più così! Già oggi molti cervelli emigrano, magari solo per qualche tempo, perché i grandi investimenti, il lavoro sono sempre meno occidentali. Siamo preoccupati per i nostri figli. Sì, come anche del fatto che loro o i loro figli possano dover tornare ad emigrare in quei paesi in cui del futuro non c’è paura, anche se ne avrebbero molto più motivo di noi. No, anzi, lì del futuro più che paura hanno fame. Hanno fame del futuro. Per questo il futuro e il mondo di domani passano sempre meno di qui e sempre più altrove.
Possiamo però ancora ospitare questo pezzo di mondo e farci contaminare dalla sua voglia di futuro. Certo senza creare ghetti milanesi, ma tentando di più qualche riqualificazione, partecipata, popolare e interculturale, col meglio di quanto i nostri quartieri hanno sperimentato in questi anni. Certo non senza fatica.
E con questa luce che si accende sulla via buia probabilmente ci aiutiamo a scoprire o a riscoprire valori reciproci, magari valori che pensavamo consolidati. Per esempio sono sconvolte le nostre colf di quanto in molti casi, ci disinteressiamo privatamente o politicamente, noi italiani, familisti, dei nostri anziani. Curioso che in un Paese dalle radici cristiane le persone non attive e con esse le infrastrutture fatte di servizi alla persona e politiche familiari, di conciliazione dei tempi di vita ecc. non abbiamo almeno la stessa inderogabile sacralità politica dei parcheggi o delle grandi opere. Non di più, solo la stessa.

SEGNI DI SPERANZA: più sobrietà e più eguaglianza?
Farsi prossimi alla fatica ci fa scorgere come nell’esempio di tante storie che sempre più sovente emergono nelle attività che fanno le nostre Acli colf, in mezzo alle difficoltà e alle contraddizioni, pure le ragioni di quanto di positivo si fa strada e che forse, in modo impuro, riflette un segno di resurrezione che ha bisogno anche di noi per essere coltivato. Non parliamo di valori assoluti o grandi teorizzazioni, o peggio modelli di società, ma strategie di resistenza e anche di creatività che esprimono voglia e potenzialità di cambiamento.
Potremmo stare qui a raccontare molte cose vissute nei nostri progetti o insieme ad altre associazioni o nelle esperienze più private ma piene di dignità di tante famiglie che, pur lavorando, faticano ad arrivare a fine mese o altro ancora. Oppure andare a vedere come talvolta le imprese che hanno retto di più finora, sono quelle che hanno inseguito meno le performance di crescita e la voglia di arricchire e di apparire, hanno puntato di più sulla consistenza della rendita nel lungo periodo e di conseguenza sulla solidità. Così come le Amministrazioni e i Paesi che cercano di resistere meglio alla crisi sono forse quelli che si stanno preoccupando di dare segnali di coesione sociale anche con interventi di profondo cambiamento come il tentativo sulla sanità negli Stati Uniti.
In mezzo a piccole e grandi esperienze possiamo rintracciare e riconoscere dei valori specifici e non solo generali. Delle tendenze che mi sembrano vincenti, che possono aiutarci a orientare scelte complesse, a tentare delle prospettive. Meglio se valori un po’ scomodi, ma senza mettere in secondo piano temi come la solidarietà, il lavoro, la democrazia, la giustizia sociale, il dialogo….

Proporrei almeno due aspetti che spesso fanno la differenza: la sobrietà e l’eguaglianza. Insieme, altrimenti si rischia o di fare un discorso elitario oppure di continuare a sostenere un consumismo che non ha più senso.

La sobrietà.
Ci ricordava Meco (alias Don Domenico Ricca), nel suo intervento sul magistero della Chiesa, come le sottolineature di Mons. Tettamanzi a Milano su questo tema, abbiano urtato a fondo la “Milano da bere”, quella del lusso e dei salotti. Ha colpito soprattutto legare il tema della sobrietà a quello dello sviluppo. Ovvio in questi decenni lo sviluppo è stato inteso come l’opposto della sobrietà.
Questa crisi è figlia dell’economicismo, del mettere sempre al primo posto non solo i soldi, ma la quantità e lo sfoggio della ricchezza, sia essa finanziaria, ma anche di numeri. Questo dogma della quantità ha pervaso un po’ tutti.
Non sfugga a nessuno che in questi anni abbiamo ridotto il numero di tessere. Non che sia in se un merito, anzi penso che torneremo a salire. Ma la cosa importante è che come evidenziato dagli interventi precedenti è cresciuta la nostra proposta associativa. Molti circoli da tempo assopiti si sono riattivati anche con nuove persone, in diversi che erano a rischio chiusura si è ripartiti e ci sono nuovi progetti. Molte realtà che, da anni, non avevano fatto iniziative formative o a carattere sociale o politico – sul lavoro, sulla crisi - hanno ripreso a farlo. In molti si comincia a cercare di lavorare su generazioni più giovani, sulle famiglie.

La sobrietà non va confusa con il tagliare. No, significa mettere al centro le ragioni di senso, il perché, il che cosa ha veramente senso e talvolta fare degli investimenti, magari in tempo di crisi, là dove vanno fatti, sacrificando ciò che di senso ne ha meno. Prendere sul serio le difficoltà e i limiti per costruire delle possibilità.
Anche prendere sul serio se stessi implica sapersi prendere non troppo sul serio… Per esempio pensando che un’organizzazione come la nostra possa, dopo anni in cui si parlava poco di lavoro, pretendere addirittura di rappresentare i lavoratori, o meglio ancora i poveri. Credo faremmo già un enorme passo avanti se riuscissimo, come si può fare con un uso valido della campagna sul lavoro aperta in questi mesi o con la manifestazione sulla lotta alla povertà che concluderà la Conferenza nazionale, a parlare con le fasce più popolari e a fare spazio ai loro problemi.
Un grande testimone del cattolicesimo democratico come Pietro Scoppola era molto attento a misurare le parole e scriveva nel suo testamento spirituale (Un cattolico a modo suo): “..Parlo dei poveri, non della povertà, perché la povertà è una cosa astratta e invece i poveri sono concreti… L’attenzione ai poveri come persone. Come singoli, non è una cosa semplice, né facile. … vedo anche quanto i poveri sono spesso imbroglioni, petulanti, noiosi. Non si possono amare i poveri come singoli se non si vedono anche questi aspetti della loro realtà… il problema di fondo è tuttavia quello di una Chiesa povera: i cristiani potranno contribuire a costruire una chiesa povera? Solo una Chiesa povera potrà riscattare la povertà della Chiesa.”
Ecco la sobrietà vera: ti pone delle domande acute. Anche noi Acli che siamo Chiesa, anche nella necessità di tornare all’essere poveri: si può dire per le Acli quello che Scoppola dice per la Chiesa?

La sobrietà interpella soprattutto l’economia e il nostro modello di sviluppo.
Troppo complicato mettere il dito nelle piaghe aperte, meglio condonare chi ha fatto i soldi con grandi evasioni o illegalmente, anche togliendo di mezzo un po’ di processi, perché spendano in Italia quello che hanno accumulato, e “ammortizzare” le difficoltà con qualche carta prepagata e tanta cassaintegrazione. Ma potremmo dire delle difficoltà dell’Europa a comportarsi da Unione, della difficoltà internazionale di fare una conferenza costruttiva sul clima.
L’esito di tutto ciò si chiama crescita senza occupazione. In un anno si è alimentato un timidissimo tentativo di crescita o, meglio, di frenata della caduta dell’economia, spendendo una valanga di soldi pubblici, perché tutto continuasse a girare. E ci si preoccupa troppo poco del fatto che questa presunta crescita per sostenersi debba tagliare posti di lavoro, visto che in un mondo che consuma meno, bisogna produrre di meno. Insomma si cerca di uscire dalla crisi nello stesso modo con cui ci si è entrati. Infatti la crescita senza occupazione era lo slogan degli anni novanta. Perché profitti e borse viaggiassero le aziende dovevano produrre riducendo..

Questa crisi, che non è solo economica, nasce anche dal fatto che si è perso il senso ultimo dei nostri sforzi, dell’uso stesso del denaro. “Il PIL” disse nel ’68 Robert Kennedy “misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.
I soldi e l’evoluzione tecnologica sono diventati quasi mezzo e fine prevalenti dei nostri sforzi rendendo però le nostre vite più incapaci anche di desideri autentici e alti e le nostre società più sterili, perché tese a dare valore solo a ciò che è immediatamente “utile” o che “funziona”. Ma le cose più belle, quelle per le quali vale la pena di vivere, quelle che rendono la vita degna anche in mezzo alle difficoltà o che permettono di affrontare fatiche e dolori… sono passate in secondo piano e vengono citate solo in funzione economica: “quanto ci costa che le donne non lavorino”, “quanto calerà il PIL se non facciamo più figli ecc”.
Ecco perché se rivogliamo dare prospettive e regole che orientino l’economia dobbiamo riprenderci in mano la capacità di vivere e rincorrere desideri autentici a partire da problemi reali e meno da un modello consumista, basato cioè sull’indurre continuamente nei consumatori senso di insoddisfazione colmabile da nuove voglie, di cambiare questo o quell’oggetto, anche a costo di indebitarci oltre le nostre possibilità, altrimenti non ci sentiamo soddisfatti. La nostra esistenza è sempre più schiava delle voglie e sempre meno capace di desiderare il mondo, il futuro… di mettersi in gioco per qualcosa che si vuole costruire insieme.
Come ha recentemente affermato il nostro accompagnatore spirituale nazionale, Padre Elio Dalla Zuanna, “siamo stati prima sedotti e poi sedati”.

Allora il tema non è la crescita senza occupazione ma come consumando meno, cosa che inevitabilmente stiamo facendo, difendere e promuovere lavoro dignitoso?
C’è allora da approfondire e ripensare, soprattutto qui in Piemonte, a come si pensa e si accompagna una riconversione industriale. C’è da chiedersi come salvare e rilanciare l’industria voglia anche dire fare i conti con una capacità di innovare.
Più in generale occorre chiedersi se non si può fare economia e creare lavoro intervenendo sulla riduzione dei costi e degli sprechi di una società opulenta e non priva di problemi.
Alcuni esempi – solo esempi e non proposte perché le cose sono molto più complesse - : gli incidenti stradali in Italia causano 14 morti al giorno nel nostro paese e costano alla collettività – secondo una stima – poco meno di 30 miliardi l’anno (il costo annuo, tasse incluse, di più di un milione di operai, quasi un ventesimo degli occupati italiani). Una mobilità più intelligente e sicura?
L’eccesso non della spesa pubblica, ma dello spreco nella spesa pubblica, partendo però dall’alto e dalle spese alte – la portaerei mandata a farsi vedere ad Haiti ci è costata 1 miliardo e mezzo -, e da un sistema di regole e leggi che inibiscono il senso di responsabilità e la voglia di fare per promuovere un pensiero e un approccio burocratico al bene comune – a Roma, sostiene il Procuratore Giancarlo Caselli, ci sono tanti avvocati quanti in tutta la Francia. Un altro esempio: le mafie, oltre 7.5 miliardi l’anno paragonabili al costo di 250.000 operai.
Costi dell’ultima alluvione o peggio dell’inquinamento del Po, costi di un Paese con servizi non ancora informatizzati….
Quanto costerebbe e quanto invece magari ci guadagneremmo a rendere le tante colf che lavorano nelle nostre case più stabili e qualificate e non precarie dentro un sistema pubblico e sociale? A Torino c’è un’esperienza interessante, il sistema cittadino di sostegno alla domiciliarità ha coinvolto 400 operatrici sociosanitari e 4000 assistenti sanitarie (quelle che non vogliamo più siano chiamate badanti). Abbiamo risollevato il problema con un seminario e con l’esperienza della Cooperativa Solidarietà e di altre cooperative e associazioni coinvolte. Oltre a rendere più dignitosa la cura perché si permette di restare a casa propria, ridurremmo i costi di strutture e ospedali: un giorno di ricovero di una persona costa 550-600 euro contro i 160 dell’ospedalizzazione a domicilio sperimentata dalle Molinette.

Creare lavoro e sviluppo non solo sui consumi e alimentando consumi più intelligenti, più immateriali e servizi meno costosi e più stabili presuppone un lavoro sicuramente più complesso che chiede a tutti di fare la loro parte: istituzioni, cittadini, imprese e anche associazioni. E necessita probabilmente di ridare valore e riconoscimento a quelle forme di economia importanti non perché redditizie, ma perché si prendono cura di aspetti che altrimenti diventano problemi e infine costi. Vale per molte politiche intelligenti fatte nella nostra Regione: per le energie rinnovabili, per la montagna, per la scuola ….. e quante energie umane libererebbe la possibilità di assumere delle responsabilità e avere tempi per i propri figli, per i propri genitori quando si ammalano, o per fare un po’ di attività in una associazione? La produttività, anche quella di un territorio, non è lavorare di più, ma produrre di più in meno tempo.

Ma la sobrietà è un tema che chiama in causa anche un nuovo modo di fare politica più attento a cominciare dalle cose possibili e doverose dove non si riesce a fare grandi riforme. Prima di pensare ai processi… si metta la giustizia nelle condizioni di funzionare, di fare fotocopie e di avere volanti della polizia senza serbatoi vuoti. Investire innanzitutto sulla manutenzione di questo Paese. A cominciare da uno Stato più credibile perché per primo pratica la legalità. Molte imprese soprattutto più piccole e molte imprese sociali, pur essendo state gestite seriamente, sono a rischio per i vergognosi ritardi di pagamenti della Pubblica Amministrazione, che talvolta superano i tre anni. Si parla di decine di miliardi. Questo atteggiamento concorre a premiare nel paese i furbi e i forti, quelli che fanno e ottengono favori, quelli che vivono proteggendo, quelli che applicano contratti indecenti e precari contro il Paese che lavora, con tutte le conseguenze che questo comporta nel minare le radici della democrazia e nell’innaffiare quelle della corruzione e del malaffare. Ma innanzitutto questo atteggiamento è illegale. Possiamo lottare per la legalità se lo Stato per primo fatica a rispettarla?
Sarebbe doveroso impegnarsi a risolvere questo problema partendo magari, come ha proposto il Professor Deaglio, dall’intervento della Cassa Depositi e Prestiti a sostituirsi in parte come creditore dello Stato al posto delle imprese e degli enti locali, riducendo così anche lo spreco di denaro che per altro si paga più volte e spesso in modo salato ai diversi gradini della stessa filiera di pagamento – Stato/Regione/ASL o Provincia/comune/impresa/fornitore/lavoratore….

Ma soprattutto la sobrietà sollecita un impegno nuovo, intelligente e aperto, dal punto di vista etico e spirituale, educativo e culturale.
Ivan Nicoletto, monaco di Camaldoli, nei corsi estivi interassociativi – i cui atti troviamo in un numero speciale di Itinerari - ci invitava alla sfida di aprirsi alla possibilità del nuovo e inatteso, per esempio nell’accompagnare creativamente la transizione tecnologica: “…La ricerca scientifica dota gli uomini di poteri immensi, ma ciò di cui la scienza non ci avverte è che uso convenga fare di tale potere, o da quale uso astenerci, o come personalizzare le capacità tecnologiche negli ambiti specifici delle loro applicazioni. Per questo siamo chiamati alla reinvenzione di una spiritualità che sostenga questo straordinario passaggio, ossia che integri e connetta tecnoscienza e controllo politico, responsabilità etica e progettualità sociale.”

L’altro orientamento che sembra emergere come appiglio positivo è l’eguaglianza.

L’eguaglianza è intanto con il voto, l’altro fondamento della democrazia, che se ha la sua forma nelle elezioni, si sostanzia nella redistribuzione della ricchezza, intesa come insieme di garanzie e opportunità affinché tutti possano essere effettivamente liberi non solo quando votano e non ricattabili (le elezioni, da sole, ci sono anche nei regimi totalitari). E la democrazia è l’unica scelta che questo mondo sempre più globale non ha ancora voluto percorrere per combattere ogni tipo di insicurezza nonché il rischio di un ritorno di autoritarismo chiamato in causa dalle esigenze di moralizzare il mondo, magari evocate dagli stessi che prima tifavano per il liberismo più estremo.

Certo serve un concetto più evoluto di eguaglianza.
Vengono in mente altre due sollecitazioni di Nicoletto.
“L’incontro delle tradizioni religiose dell’umanità” e il “Nascere ad una cittadinanza e ad un’etica mondiale” : il recente, disperante decreto sull’immigrazione, testimonia la fatica ad accogliere la sfida che la specie umana non ha mai finora affrontato in modo così impellente, ossia di approntare le forme convenienti ad una civiltà globale composta di differenze singolari dove convergono occidentali e islamici, turchi e confuciani…. Per la prima volta nella storia ci viene offerta l’opportunità …in cui tutte le tribù umane possano incontrarsi e scambiare saperi, valori, tradizioni ed etiche; possono imparare a sentire, pensare e agire insieme… per consentire a nuovi balzi creativi e collaborativi oppure, al contrario, per reiterare azioni possessive, repressive, distruttive…. Come edificare insieme un’etica condivisa della vita che accompagni complessità e differenze?

Ma c’è anche l’impellente necessità di ridurre le disuguaglianze materiali, cresciute vertiginosamente in questi anni. L’Italia è un esempio di un problema ancora più grave a livello globale. In tutti questi anni salari e pensioni sono rimasti al palo e si è scelto di rendere il lavoro più flessibile senza dare garanzie sociali e tutele nuove per garantire nel tempo stabilità. Di fatto per rilanciare lo sviluppo si è finito per re-impoverire il lavoro. Oggi intanto l’Italia ha un enorme debito pubblico, ma è un Paese ricco. Le famiglie italiane possiedono una ricchezza netta che nel 2007 era di 8.512 miliardi, all’incirca il 50% sono abitazioni. 8.500 miliardi sono più di 5 volte quanto si produce nel paese ogni anno (il PIL). Ma il 45% di questa ricchezza è nelle mani del 10% delle famiglie . E “... nel 2006 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva meno del 10% della ricchezza totale…” (La ricchezza delle famiglie italiane, 2007 Banca d’Italia). Oggi dopo la crisi la ricchezza ha perso il 4% del proprio valore: forse parlare di eguaglianza comincia a convenire anche a chi sta bene. Una metà circa di quella ricchezza è fatta di abitazioni, se non si diffonde un po’ di fiducia nel Paese facilmente continuerà a svalutarsi.
Per non parlare poi della ricchezza facile non fatta col lavoro e il rischio d’impresa, ma sulle speculazioni.
Una disuguaglianza cresciuta attorno alla perdita di valore del lavoro. Da lì si deve ripartire se la si vuole combattere riproponendo, a partire dalla campagna sul lavoro proposta a livello nazionale “per dar vita a una nuova stagione di diritti universali del lavoro, … per creare nuove regole nel mercato internazionale, per rendere il lavoro più dignitoso”.
Valgono allora contro questa crisi le cose che abbiamo detto e chiesto nei nostri documenti provinciali – manifesto pubblicato nei mesi scorsi – e nel documento regionale, per chiedere interventi più seri, più capaci di ridare senso e prospettiva: più lotta alle speculazioni, alle concentrazioni e agli sprechi; più welfare e più istruzione e formazione, e non meno; un politica di investimenti per creare lavoro in settori nuovi come l’economia verde, i servizi alla persona; un fisco che lasci di più ai lavoratori e all’innovazione e tolga maggiormente alle rendite e ai ceti più ricchi, a cominciare dal ripristinare l’ici ai più facoltosi; uno Stato che contrasti non solo il lavoro nero ma anche il lavoro povero. E soprattutto più sforzo per garantire a tutti il primo di ogni diritto: il diritto ad avere dei diritti, perché non è la ricchezza quella che oggi manca, ma la capacità di farne strumento di dignità per tutti e non di arroganza per pochi.

La lotta alle disuguaglianze, non solo alla povertà, è una sfida fondamentale e fondativa per il mondo del terzo settore, fatto di associazionismo, volontariato, o.n.g. e cooperazione sociale … e per connotare termini come solidarietà e sussidiarietà che troppo spesso si gioca a confondere con beneficenza e “far da sé”. Infatti per riuscire a fare una lotta seria alle disuguaglianze, oggi più complesse, che passano ad esempio anche attraverso la formazione e l’educazione, non è più sufficiente, per quanto necessario e imprescindibile, l’intervento dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni: si rischia di fermarsi all’assistenza e di non favorire percorsi di emancipazione più autentici. Soprattutto in un Paese in cui le disuguaglianze riguardano anche la ricchezza accumulata il mondo del terzo settore può essere chiamato a contribuire con formule nuove. Per esempio il lavoro fatto in questi anni con le ACLI Colf: attraverso servizi offerti alle famiglie si riesce anche a sostenere un lavoro di tutela e promozione del ruolo e di organizzazione dei diritti delle colf, fino a richiedere che possano ambire a diventare operatrici assunte con più stabilità.

NELL’ATTESA …. leggerezza e lotta
Come vivere un’attesa attiva in mezzo a una complessità sempre più difficile da cogliere e in un clima sociale e civile sempre più pesante?
Forse le esperienze associative hanno o possono avere questo valore aggiunto: essere un luogo, un incontro collettivo attraverso il quale sentirsi meno soli, poter costruire fiducia, poter trovare degli appigli.
In un intervento che Don Oreste Aime fece in uno dei primi incontri in cui come associazioni laicali abbiamo ripreso a fare dei percorsi comuni ci ripropose le lezioni americane di Italo Calvino, come stimolo per rinnovare le nostre associazioni. Una delle prime lezioni riguardava la leggerezza. Non la leggerezza intesa come si fa oggi come culto dell’effimero, del mordi e fuggi, del mi prendo solo quello che mi interessa… Calvino si rifà invece alla figura di Perseo, l’unico eroe che sconfigge la Medusa dallo sguardo che pietrifica utilizzando il proprio scudo come specchio che riflette lo sguardo della Medusa, ma senza essere pietrificato, e così gli consente di tagliarle la testa.
Ecco la sfida che dà senso all’entrare in una associazione: avere la capacità non di semplificare la realtà, ma di renderla insieme per ognuno più leggera, più sostenibile per poter lottare, per poter svolgere un ruolo attivo, partecipe anche perché consapevole, nella vita e nella società, non per disinteressarsene.
Leggerezza e lotta laddove come ha scritto recentemente il Cardinal Carlo Maria Martini: “il mondo ha bisogno urgente di ritrovare il senso vero della lotta: lottare sì, ma per il bene, la pace, la giustizia. Lottare per l’amore puro che cerca la gioia dell’altro e per la dignità di ogni essere umano…”

Per fare ciò credo il percorso della nostra Conferenza debba porre al centro almeno tre fronti di lavoro che ci portino da qui al prossimo Congresso a sostenere alcune scelte di fondo.

1. Riqualificare la nostra proposta associativa: aggregazioni educative e impresa sociale
Intanto credo si debba tornare a parlare di proposta associativa e non solo di aggregazione. Inoltre credo sia sbagliato scaricare la proposta associativa sulle spalle dei circoli e in particolare dei presidenti di circolo. La proposta associativa è come una associazione si presenta, in molteplici modi, luoghi e attività, alle persone e alle comunità, prima che per coinvolgerli o peggio intrupparli, per restituire loro la possibilità di diventare non solo attori, ma anche co-autori delle loro vite personali e pubbliche, in che modo consente loro di trovare e percorrere quel loro cammino unico e irripetibile.
Questa proposta associativa si sostanzia di tante attività, più ricreative, culturali o più di servizio o accompagnamento, ma non è una cosa che riguarda solo il tesseramento o la vita di circolo. Tutti abbiamo e dobbiamo sentire la responsabilità di proporre la nostra esperienza in modo qualificato. La differenza e il valore non è nelle cose che si fanno, ma nel senso e nella ricchezza autentica che in esse si respira e le connota, un semplice momento di ritrovo o una pratica fatta bene può spesso proporre questa esperienza meglio di tanti percorsi e progetti.
Nonostante si sia fatto fatica a affrontare a fondo le sfide già aperte nella nostra associazione da anni in molti territori, circoli, servizi e province si è sperimentato, si sono fatti percorsi, tentativi per cercare di rilanciare la nostra proposta associativa specie nei confronti di quelle fasce di popolazioni e nuove generazioni che più sperimentano la precarietà dell’esistenza e del lavoro.
Si è cercato in particolare di sperimentare o rinnovare la capacità dei nostri circoli o di nuove esperienze di essere ancora luoghi e percorsi aggregativi e educativi di incontro, di confronto e di impegno, e insieme, di crescere come esperienze di impresa sociale seria, capace di essere un soggetto che promuove lavoro dignitoso, capace di gestire con attenzione le risorse e in grado di contribuire a creare partecipazione attorno ai problemi. E soprattutto si è cercato di trovare formule organizzative per tenere insieme in un governo e sviluppo integrato aspetti molto diversi a cominciare dalla stabilità economica e la capacità di costruire posti di lavoro dignitosi e insieme, di essere un’esperienza realmente associativa, democratica e partecipata..
Sarebbe interessante se si costruissero momenti di formazione laboratori a livello zonale, ma anche tra province e regioni vicine, per confrontarsi su come si cerca di rinnovare e nello stesso tempo affrontare le tante difficoltà e criticità di un sistema che deve essere efficiente e democratico senza sacrificare l’una caratteristica all’altra. Insomma, sarebbe interessante se soprattutto la riflessione sulla sviluppo associativo di sistema non si esaurisse, come altre volte, in soli nuovi nomi e ruoli (dove poi ognuno fa un po’ quello che vuole) ma creasse una rete di laboratori territoriali per far crescere la consapevolezza e la capacità di tutti di essere in uno stesso percorso e proposta associativa di qualità, non perché di eccellenza, ma perché ricca di senso e di relazioni autentiche e non strumentali.

2. Meno formalità e più pratica democratica
Negli ultimi 17 anni intanto è cresciuta la quantità e la mole non solo economica e non solo nei servizi, ma delle attività e anche delle forme e dei modi di fare tesseramento.
Come evidenziava già la relazione organizzativa spesso ci sono numeri da medie imprese, in un Paese dove le medie imprese sono sempre meno. Ma non solo, crescono i numeri delle persone che incontriamo.
Tutto ciò cambia e rende ancora più urgente la tenuta democratica. Allo stesso modo della società la tutela della democrazia passa attraverso l’affermazione di nuove attenzioni e principi, nonché distinzione tra responsabilità che se messe tutte insieme concentrano il potere nelle mani di pochi e lo centralizzano. A partire da noi, la democrazia si emancipa e si salvaguarda con la distribuzione del potere e delle risorse (specie in un’associazione dove spesso molti giovani dirigenti rischiano di arrivare prima che per affinità e impegno, perché cercano lavoro) in modo tale che le persone e i territori non siano ricattabili o passivi, ma maturino una loro capacità di espressione autonoma e di conflittualità positiva, anche se non indipendente dal resto dell’associazione.
E insieme a una maggiore attribuzione di ruoli e risorse in particolare alle province e ai livelli regionali, per svolgere un ruolo di integrazione e sviluppo del sistema associativo, occorre sviluppare maggiore trasparenza e possibilità di negoziazione e programmazione delle risorse che arrivano a questi livelli, anche per non sprecarle in attività sporadiche. Così come noi scegliamo di operare di più sui livelli zonali per confrontarsi e decidere insieme come lavorare e svilupparci nei diversi territori della provincia, allo stesso modo servirebbe rendere permanente e trasparente un livello di programmazione macroregionale tra province e regioni limitrofe.
La democrazia passa oggi attraverso lo sviluppo di alcune prassi più che nella definizione di nuovi organi o strutture o norme, dove invece occorre anche prevedere più semplici possibilità di aggregative, meglio se propedeutiche e introduttive a quella del circolo, magari per gruppi. Non possiamo pensare che se si trova un gruppo di famiglie che vogliono fare qualcosa la prima proposta di incontro e impegno che gli dobbiamo fare è quella di fare uno statuto e un atto costitutivo, conoscere la legge sull’associazionismo, fare il modello EAS, conoscere il regolamento interno sui circoli e quello del comune… Se non sono dei santi… li perdiamo.
Inoltre occorre snellire a ciò che ha veramente senso anche le regole interne, e farle rispettare. Visto che già Tremonti per dimostrare che anche lui fa la caccia agli evasori ha deciso di partire dai circoli con ulteriori formalità. Non che tutto l’associazionismo sia indenne da esperienze non edificanti che ne minano il valore… ma peccato che si parta sempre dal basso quando c’è da fare la voce grossa.
Infine credo che la complessità e le dimensioni delle nostre esperienze chiedano anche maggiori limiti - formali o meno - ai ruoli di responsabilità. Limiti di tempo dell’incarico non solo per chi fa il presidente, limiti di distinzione di competenza – tra responsabilità tecniche e politiche, tra responsabilità e poteri più economici e responsabilità e poteri più politici, al cumulo di cariche…-. Limiti di verifica e programmazione dentro luoghi collegiali di decisione, che non devono essere solo luoghi di avvallo.

3. Tornare a creare movimento
C’è una dimensione che si è un po’ offuscata in questi decenni, quella di non essere solo un’associazione di incontro e formazione, di non essere solo un’associazione che promuove servizi e imprese sociali, ma anche di essere movimento. Si potrebbe parlarne a lungo.
E’ fondamentale, soprattutto per non smarrire mai il cuore e la passione per qualcosa di esterno a noi, alle tante attività e organizzazioni messe in piedi, per non tradire mai la voglia di praticare ancora le tante vie del campo delle nostre città e paesi che torniamo con più profondità e continuità a creare movimento attorno ai problemi di cui ci occupiamo, per animare riflessione, denuncia e proposta politica.
Le prese di posizione contro le politiche dell’immigrazione, il dibattito e la discussione che si apre con la campagna sul lavoro per dare più diritti e più tutele al lavoro e ai lavoratori tutti, la scelta di aderire alla campagna referendaria per la difesa dell’acqua bene pubblico sono iniziative che vanno in questa direzione.

Aggiungerei alcuni terreni di lavoro che potrebbero essere ripresi in questo importante evento che chiuderà la Conferenza Nazionale.

Intanto una maggiore e più diffusa elaborazione di studio e di proposte di economia politica tese soprattutto a riconciliare la dimensione economica con la vita e con il lavoro. Far politica non vuol dire far sempre i politici, ma innanzitutto avere la pazienza della ricerca e del confronto per dire delle cose sensate e approfondite.

E poi un’azione politica tesa a rianimare un movimento europeo dei diritti e del lavoro per dire che contro questa crisi occorrono svolte radicali e interventi più forti: regole ai mercati finanziari, scelte di giustizia sociale, di investimento sulla scuola e sui giovani, di creazione di lavoro, blocco della corsa agli armamenti. Un’azione che metta insieme le forze migliori della società civile, nel terzo settore, i sindacati e anche tanti imprenditori, le città… Non aiuta chi sta peggio, chi è veramente colpito, che non ci sia stata neanche una manifestazione nazionale, fatta eccezione per singole crisi aziendali, per chiedere un impegno più forte e diverso contro la crisi.
Nella nostra città abbiamo da tempo proposto con una lettera a CGIL CISL e UIL, e lavoreremo ancora per rilanciare anche alla Città, una mobilitazione unita del mondo del lavoro e dell’impegno sociale, per fermarsi a fianco di chi ha perso o teme per il proprio lavoro, e a chi si sente o viene di fatto ancora più escluso o, più semplicemente, fatica ad arrivare a fine mese, per chiedere ai governi uno sforzo più forte e diverso.
Come alcuni anni fa si fece per scongiurare la chiusura di Mirafiori. Il sindacato unito chiamò la città a fermarsi.
Oggi bisogna fermarsi, insieme, per tante chiusure e tante persone che restano troppo invisibili, nonostante la forte azione, l’impegno e la presenza del sindacato e delle istituzioni locali.

In ultimo bisogna tornare a sentire la responsabilità di costruire un’alternativa in questo Paese. La delusione palpabile per la politica non deve farci smobilitare. Una rilettura attenta di quel processo nato anche dalla candidatura che lanciò Giovanni Bianchi ci dice che in parte il percorso nato con l’allora Ulivo si è arenato perché è mancata una maggiore considerazione, ma anche una forza della presenza del meglio che può esprimere la società civile più popolare, più vicina al mondo del lavoro, non quella dei salotti. Dobbiamo giustamente recriminare contro un ceto politico sempre più chiuso in se stesso, ma dobbiamo anche ricominciare a ricostruire un protagonismo non sporadico né teso a cercare posti, non è quello il problema. I tempi che viviamo chiedono una nuova e diffusa responsabilità popolare.


Chiudo ancora una volta ricordando le persone che ci hanno lasciato perché prima di tutto una associazione è le persone che vivono e tracciano insieme un cammino o pezzi di un cammino comune.
Don Matteo, Michele (Lovera) e Michele (Bertero), Franco (Lucà), Antonio (De Ceglia), Lauretta (Musso) delle Colf, Giovanni (Alemanni)… e altri nei nostri territori.
Tutti non erano famosi, ma erano importanti, molto importanti e sono e saranno sempre significativi: hanno dato e danno significato e senso al nostro cammino e a quello delle comunità e degli affetti che hanno vissuto.
Tra alcuni mesi terminerò il mio mandato – ho iniziato a consultare i consiglieri provinciali e i presidenti a partire da una riflessione fatta dalla presidenza provinciale, ma non è a tema di questo incontro – e avrò modo di ringraziare meglio tutti, soprattutto chi ha condiviso con me, sopportandomi, tante gioie e fatiche.
Spero di essere riuscito in qualche modo a far tramandare, almeno in piccola parte, lo spirito che li ha animati e accomunati, e che bene ha racchiuso nella sua opera educativa e pastorale Don Matteo, nella sua capacità di essere un rivoluzionario umile, sempre nello stesso tempo inquieto per i drammi del mondo e disponibile quanto paziente nell’organizzare o nel rintracciare speranze. E nel trovare un senso ultimo e una valore delle cose tutte, oltre la fatica e la sofferenza delle tante nostre “Vie del Campo”.
 
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